Concorso Neolaureati Eugenio Rosmann 2026 – Partecipanti
Tutti le tesi ricevute
Il premio dell’Associazione Ambientalista “Eugenio Rosmann” 2026 è rivolto agli studenti neolaureati e ai ricercatori universitari in materie naturalistiche e ambientali
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Inseriamo di seguito gli abstract delle tesi ricevute:
Dott.ssa Alessia Vanzin
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE
Laurea Magistrale in Ingegneria Civile
Valutazione dell’impronta di CO2 di due coperture industriali

La tutela dell’ambiente e la salvaguardia del territorio richiedono oggi un profondo cambiamento anche nel modo di concepire la progettazione strutturale. Il settore delle costruzioni `e infatti responsabile di circa il 40% delladomanda di energia primaria e del 36% delle emissioni complessive di gas serradell’Unione Europea, oltre a determinare un elevato consumo di materie prime,risorse idriche e suolo. In questo scenario, il ruolo dell’ingegnere civile non pu`opi`u limitarsi a garantire esclusivamente la funzionalit`a e l’efficienza delle opere, ma deve estendersi alla valutazione degli effetti che ogni scelta progettuale produce sull’ambiente e sul territorio.
La presente tesi nasce con l’obiettivo di dimostrare come la sostenibilità debba diventare un criterio progettuale al pari della sicurezza strutturale. Attraverso l’applicazione della metodologia Life Cycle Assessment (LCA) a due soluzioni alternative per la copertura di un edificio industriale oggetto di riqualificazione, il lavoro integra la tradizionale progettazione strutturale con una valutazione quantitativa degli impatti ambientali lungo l’intero ciclo di vita dell’opera, dalla produzione dei materiali fino alla fase di fine vita.
L’analisi evidenzia che la produzione dei materiali rappresenta la fase maggiormente responsabile degli impatti ambientali complessivi e dimostra come tali impatti non dipendano esclusivamente dalla tipologia dei materiali impiegati, ma anche dalle quantità necessarie e dall’efficienza del sistema strutturale. Ne consegue che le decisioni assunte dal progettista influenzano direttamente non solo le prestazioni tecniche dell’opera, ma anche gli effetti che il settore edilizio esercita sull’ambiente. Lo studio evidenzia l’importanza di affermare un diverso approccio alla professione dell’ingegnere strutturista: alle competenze tecniche tradizionali deve affiancarsi la capacità di valutare le conseguenze ambientali delle proprie decisioni mediante strumenti oggettivi come il Life Cycle Assessment. L’ingegnere assume un ruolo attivo nella transizione ecologica del settore delle costruzioni, orientando la progettazione verso soluzioni che riducano il consumo di risorse, le emissioni e l’impatto sul territorio, contribuendo concretamente alla tutela dell’ambiente e alla diffusione di pratiche costruttive più sostenibili.
Dott.ssa Maria Teodoro
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Corso di Laurea Magistrale in Environmental Engineering
3D Modelling of Enhanced Groundwater Dynamics in Artificial Salt Marshes of the Venice Lagoon

Le barene sono zone umide costiere che forniscono servizi ecosistemici essenziali, come l’attenuazione del moto ondoso, l’intrappolamento dei sedimenti, la regolazione dei nutrienti e il sequestro del carbonio. Nonostante il loro riconosciuto valore, negli ultimi decenni hanno subito un forte declino, rendendo la loro conservazione e il loro ripristino una priorità a livello globale.
Il ripristino delle barene è una pratica comune per ricreare parte di questi ecosistemi persi negli ultimi decenni a causa di erosione o sommersione. Tuttavia, queste aree spesso risultano prive di vegetazione, poiché la bassa quota dei sedimenti depositati espone la barena a periodi di sommersione più frequenti e prolungati e l’assenza di una rete di canali impedisce un’adeguata desaturazione del suolo. Infatti, i canali svolgono un ruolo fondamentale nelle barene naturali, facilitando il drenaggio delle acque sotterranee quando il livello di marea si abbassa e la superficie emerge al di sopra del livello medio del mare. La presenza di canali interni è riconosciuta come un fattore cruciale per l’insediamento della vegetazione.
Recenti studi sperimentali si sono concentrati sul favorire la formazione di canali nelle barene ripristinate o artificiali. Questo studio si propone di applicare un modello tridimensionale di flusso delle acque sotterranee in condizioni di saturazione variabile per simulare e visualizzare le dinamiche di drenaggio all’interno di una vera barena artificiale nella Laguna di Venezia. Le simulazioni sono state condotte utilizzando il GroundWater Simulator. Inizialmente, la modellazione è stata effettuata su una barena ideale e successivamente su una barena artificiale reale, valutando l’impatto delle reti di canali sull’evoluzione della saturazione e del carico di pressione.
Sono state analizzate sia maree sinusoidali sia maree reali, ed è stata inoltre valutata l’influenza di diverse condizioni al contorno. I risultati hanno mostrato che i canali migliorano significativamente il drenaggio, riducendo la durata della saturazione completa e permettendo alla barena di raggiungere valori di saturazione più bassi. Le simulazioni con regimi di marea reali hanno evidenziato pattern di saturazione più complessi, nei quali solo i picchi di marea più elevati inducono la saturazione dell’intero corpo della barena, mentre la presenza dei canali consente la successiva riduzione del contenuto d’acqua nell’area circostante l’elemento drenante.
Un’analisi di sensibilità del modello ha rivelato che il raffinamento della mesh, aspetto critico nella modellazione dell’evoluzione del contenuto d’acqua in grandi domini tridimensionali, influisce sull’accuratezza dei risultati. Inoltre, como previsto, una maggiore conducibilità idraulica del suolo utilizzato per il ripristino delle barene accelera il drenaggio ed espande l’area desaturata. Nel complesso, questo studio fornisce indicazioni utili per orientare le pratiche di ripristino, migliorando la resilienza delle barene e mitigando gli impatti dell’innalzamento del livello del mare.
Dott. Salvatore Orefice
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI "PARTHENOPE"
Corso di Laurea triennale in Ingegneria Gestionale
Transizione sostenibile nei porti del Sud Italia: impatti ambientali, sociali e modelli di sviluppo

Screenshot
La transizione sostenibile del trasporto marittimo non dipende soltanto dalla disponibilità di tecnologie a basse emissioni, ma dalla capacità dei porti di renderle concretamente utilizzabili. La tesi analizza questa capacità nei sistemi portuali del Mezzogiorno, considerando il porto come punto d’incontro tra nave, rete elettrica, infrastrutture terrestri, imprese e territorio. L’obiettivo è comprendere in quali condizioni elettrificazione, cold ironing, sistemi di accumulo e configurazioni ibride possano ridurre le emissioni e produrre benefici per le comunità portuali: migliore qualità dell’ambiente urbano, minori interferenze con la mobilità locale, nuove competenze e opportunità industriali.
Il percorso di ricerca integra quattro livelli. Il primo esamina le tecnologie di accumulo e i requisiti di sicurezza, gestione dei carichi e compatibilità nave-banchina. Il secondo valuta il passaggio dalla sperimentazione al mercato attraverso costo totale di possesso, impatti lungo il ciclo di vita, modelli di business e finanziamento. Il terzo propone un modello quali-quantitativo di readiness energetico-logistica, costruito mediante analisi documentale, dati di traffico e indicatori energetici, digitali, intermodali, industriali e attuativi. Il quarto approfondisce il porto di Bari come caso urbano e multifunzionale inserito nella filiera pugliese dell’eolico offshore.
Il modello mostra che centralità nei traffici e preparazione alla transizione non coincidono. Augusta-Catania e Taranto presentano i valori di readiness più elevati, sostenuti rispettivamente dalla maturità energetico-infrastrutturale e dal potenziale industriale; Bari-Brindisi si distingue per la componente digitale, mentre il sistema Napoli-Salerno-Castellammare registra il maggiore divario tra pressione operativa e capacità disponibili. I risultati non costituiscono una classifica assoluta, ma una diagnosi delle differenti priorità di intervento. Nel caso di Bari emerge una readiness asimmetrica: digitale e governance sono relativamente avanzate; cold ironing ed elettrificazione sono in evoluzione; ultimo miglio e continuità porto-retroterra restano più critici. Lo scalo può quindi svolgere soprattutto una funzione di coordinamento, servizi e formazione, in complementarità con le vocazioni logistico-industriali di Brindisi e Taranto.
La ricerca conclude che la sostenibilità portuale è una capacità di sistema. Investimenti e progetti producono risultati ambientali e sociali solo quando diventano servizi operativi, sostenuti da reti adeguate, competenze, tempi certi, monitoraggio e coordinamento pubblico-privato. Il framework offre uno strumento trasparente e replicabile per individuare i divari tra obiettivi dichiarati e capacità effettive, orientare le risorse e definire strategie coerenti con il profilo di ciascun porto. La metodologia può essere estesa ad altri sistemi portuali italiani e mediterranei, favorendo modelli di sviluppo nei quali decarbonizzazione, competitività e qualità del rapporto porto-città procedano insieme.
Dott. Giacomo Giorgini Pignatiello
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FOGGIA E SIENA
Dottorato di ricerca in Scienze Giuridiche
La natura come soggetto di diritto
Lezioni dal Sud Globale?

Il superamento dei limiti biofisici che garantiscono la sopravvivenza della vita umana sul pianeta Terra pone nuove rilevanti sfide al costituzionalismo del Terzo millennio. La comparazione giuridica rappresenta in questo senso lo strumento di elezione attraverso cui indagare risposte innovative che possano efficacemente contribuire al superamento della crisi socio-ecologica in corso. La complessità della questione richiede un approccio multi-metodologico, che coniuga analisi di tipo quantitativo a studi qualitativi. Allo stesso modo, l’approccio funzionale agli istituti è contemperato dall’attenzione verso il contesto socio-giuridico, che aiuta a cogliere accanto ai tratti comuni delle fattispecie anche le diversità del sistema in cui queste ultime sono inserite.
Ricostruita nell’ambito della storia delle idee l’evoluzione del rapporto tra essere umano e natura, attraverso l’esplorazione delle principali correnti di pensiero sviluppatesi in seno alla filosofia morale si è cercato di dare conto di alcune delle più importanti alternative elaborate rispetto all’antropocentrismo giuridico e alla sua forza autodistruttiva.
Dopo aver indagato le principali tendenze del costituzionalismo contemporaneo, che sempre più tende in relazione alle questioni lato sensu ambientali ad assumere un tono globale, trasformatore ed ecologico, segue un’analisi dei diritti della natura. Accanto alla dimensione teorica delle soggettività giuridiche post-umane, che rappresenta lo strumento “tecnico” attraverso cui emancipare nuovi valori reputati rilevanti per la società e dunque ritenuti meritevoli di tutela, vengono analizzati gli ordinamenti che hanno effettivamente riconosciuto i diritti della natura.
Individuati aspetti positivi e negativi emersi nell’attuazione di tali nuovi istituti giuridici, si è tornati al contesto europeo, che rappresenta in questa sede il punto di vista privilegiato dell’osservatore. Brevemente tratteggiate le caratteristiche del costituzionalismo ambientale europeo, ci si è dunque soffermati sulla recente riforma costituzionale italiana dell’ambiente (l. cost. n. 1 del 2022). Si è cercato così di comprendere, in un panorama giuridico fortemente globalizzato ed interconnesso, quale quello odierno, quali lezioni l’ordinamento italiano possa trarre dagli ordinamenti che hanno adottato i diritti della natura.
All’esito della trattazione si giunge a ritenere che un cambio radicale di paradigma risulta essere urgente e necessario. Similmente a quanto avvenuto in diversi Paesi del Sud Globale, il riconoscimento di autonoma dignità giuridica agli elementi della natura rappresenta una sfida culturale che può contribuire, anche nel Nord Globale, a superare quell’antropocentrismo giuridico che ha causato l’attuale situazione di degrado ambientale in favore di un umanesimo ecologico, che contempli e tuteli, oltre alla dimensione individuale e sociale, anche quella biologico-naturale della vita, in ossequio ad una concezione olistica del rapporto che lega essere umano e natura.
Dott.ssa Martina Albuzzi
UNIVERSITÀ DI TRENTO
Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza
Animali non umani e ordinamento giuridico: tra senzienza riconosciuta e soggettività negata
La crescente attenzione riservata agli animali non umani rappresenta uno dei più significativi sviluppi del diritto contemporaneo. Il diritto dell'Unione europea ne riconosce la natura di esseri senzienti (art. 13 TFUE) e anche l'ordinamento italiano ha progressivamente rafforzato la loro tutela, in particolare con la riforma dell'art. 9 della Costituzione del 2022 e con la L. 6 giugno 2025, n. 82, che ha ricondotto la tutela penale all'animale in sé e non più al solo sentimento umano nei suoi confronti. Nonostante tali progressi, gli animali continuano a essere ricondotti, nelle categorie fondamentali del diritto privato, al regime dei beni.
La ricerca analizza le ragioni storiche e teoriche di questa impostazione, evidenziando come il criterio della specie, ereditato dalla tradizionale dicotomia persona/res e riconducibile alla nozione di specismo, abbia inciso sulla costruzione giuridica del rapporto tra esseri umani e animali. Vengono quindi esaminati i principali modelli di tutela sviluppati dal diritto contemporaneo (il welfarismo, il paradigma della dignità animale e l'integrazione tra tutela animale e tutela ambientale) mettendone in luce i progressi, ma anche i limiti derivanti dal permanere della qualificazione dell'animale come oggetto di diritto.
Particolare attenzione è dedicata al rapporto tra protezione degli animali e tutela dell'ambiente, oggi sempre più strettamente connesse nelle politiche nazionali e sovranazionali. La salvaguardia della biodiversità e degli ecosistemi richiede infatti una crescente valorizzazione degli interessi degli animali, non soltanto come componenti dell'ambiente, ma anche come individui senzienti.
Attraverso un'analisi comparata, la tesi ricostruisce le principali esperienze giurisprudenziali in materia di soggettività animale. In Argentina, alcuni animali, tra cui l'orangutana Sandra e la scimpanzé Cecilia, sono stati qualificati come sujetos de derecho no humano; in Ecuador, il caso Estrellita ha riconosciuto diritti agli animali selvatici sulla base dei Derechos de la Naturaleza. Negli Stati Uniti, invece, il caso Happy si è concluso con il rigetto della richiesta di riconoscimento della soggettività, mentre in Brasile il caso della scimpanzé Suíça ha rappresentato il primo tentativo di estendere l'habeas corpus a un animale.
La ricerca conclude che l'attuale ordinamento non impone necessariamente di mantenere gli animali nell'esclusiva categoria degli oggetti di diritto. Piuttosto che prospettare una piena equiparazione alla persona humana, propone il riconoscimento di una forma graduata di soggettività giuridica, fondata sull'attribuzione di specifiche posizioni giuridiche, come la possibilità di vedere rappresentati in giudizio i propri interessi, calibrate sulle caratteristiche etologiche e cognitive delle diverse specie. Tale soluzione consentirebbe di rafforzare concretamente la tutela degli animali e di renderla coerente con la loro riconosciuta sensibilità, senza alterare l'impianto fondamentale dell'ordinamento.
Dott. Giacomo Boscarol
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE
Dottorato di Ricerca in Scienze e Biotecnologie Agrarie
Ecophysiological responses of maize (Zea mays L.) to water stress: remote sensing and upscaling techniques for a more efficient management of water resources in agriculture

I cambiamenti climatici stanno modificando la disponibilità idrica, le temperature e le precipitazioni in tutto il mondo, con enormi conseguenze su tutti gli ecosistemi, inclusi gli agroecosistemi, compromettendo la produttività di molte colture nonché la loro sicurezza alimentare. Questa tesi analizza le risposte ecologiche e fisiologiche del mais (Zea mays L.) agli stress ambientali e sviluppa strumenti per una gestione più efficiente delle risorse idriche allo scopo di prevenire la contaminazione da micotossine, focalizzandosi sugli agroecosistemi del Friuli-Venezia Giulia.
Nel 2022 sono stati monitorati venti campi di mais non irrigui, distribuiti lungo un gradiente pedoclimatico nella pianura Friulana, durante quattro fasi fenologiche: dalla levata alla maturazione.
Condizioni meteorologiche, tessitura del suolo, parametri di crescita, caratteri morfofisiologici, produzione dei campi e insorgenza di micotossine sono stati integrati in modelli statistici. I risultati evidenziano che il rischio dipende non solo dall’intensità, ma anche dal momento degli stress. Le fumonisine risultano principalmente associate alle condizioni ambientali: temperature più elevate durante lo sviluppo vegetativo e maggiore piovosità stagionale, soprattutto verso la raccolta, ne favoriscono l’accumulo. Le aflatossine sono invece mediate anche dalla risposta fisiologica della pianta: alte temperature e ridotta disponibilità idrica nelle prime fasi, insieme ad altezza e composizione isotopica del carbonio della granella, consentono di individuare precocemente condizioni di vulnerabilità. Emergono così finestre fenologiche nelle quali monitoraggio e irrigazione mirata possono limitare stress, sviluppo fungino, accumulo di micotossine e quindi rischio sanitario.
Per estendere il monitoraggio dalla singola pianta all’intero territorio del FVG, in settanta campi monitorati nel 2022-2023 sono state acquisite immagini multispettrali da drone e applicati modelli di machine learning. Le relazioni tra bande spettrali e pigmenti, area fogliare, sostanza secca e altezza variano con la fenologia: ciò dimostra la necessità di modelli temporalmente espliciti e offre una base non distruttiva e scalabile per rilevare precocemente lo stress della vegetazione, ottimizzare l’uso dell’acqua e sviluppare – in collaborazione con ERSA – future mappe regionali di rischio mediante dati satellitari.
La ricerca considera inoltre la componente microbiologica dell’agroecosistema. L’analisi del microbioma rizosferico mostra che la diversità batterica è determinata soprattutto dalle condizioni ambientali, più che dalle sole variazioni dell’epoca di fioritura indotte dalla genetica.
Infine, sono stati valutati trattamenti a basso impatto ambientale ottenuti da biomasse locali e prodotti di scarto. L’estratto della macroalga verde Ulva spp., raccolta nella laguna di Grado e Marano, ha mostrato la maggiore attività in vitro contro il fungo patogeno Aspergillus flavus: completa inibizione sia della crescita miceliale sia della germinazione dei conidi già a basse concentrazioni. L’efficacia, associata a polifenoli e polisaccaridi ulvanici, indica un grande potenziale di quest’alga – considerata un rifiuto speciale – per ridurre i fungicidi di sintesi.
Nel complesso, la tesi propone un approccio agroecologico che integra clima, suolo, ecologia e fisiologia vegetale, telerilevamento, microbioma e biocontrollo. I risultati forniscono basi scientifiche e operative per tutelare gli agroecosistemi regionali, oltre a consigli concreti per un utilizzo più razionale della risorsa acqua per rendere dunque la produzione maidicola più resiliente, sicura e sostenibile di fronte al cambiamento climatico.
Dott. Alberto Targhetta
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE
Corso di Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie sostenibili per l’ambiente
Utilizzo del telerilevamento satellitare per lo studio della vegetazione nei sistemi dunali e relazioni con l'avifauna nidificante

La conservazione degli habitat costieri rappresenta una priorità per la tutela delle specie nidificanti legate agli ambienti litoranei, ecosistemi particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici, all'erosione e alla progressiva trasformazione della copertura vegetale. In questo contesto, la presente tesi analizza i fattori ecologici che influenzano la selezione dell'habitat riproduttivo della beccaccia di mare (Haematopus ostralegus) e del fratino (Anarhynchus alexandrinus) nelle isole barriera della Laguna di Marano e Grado, integrando dati di monitoraggio sul campo e informazioni ottenute mediante telerilevamento satellitare.
Sono stati considerati i dati di nidificazione raccolti tra il 2017 e il 2024 e immagini multispettrali Sentinel-2 dello stesso periodo. Attraverso l'elaborazione di indici quali NDVI, NDWI, MSAVI2 e Brightness Index (BI2), le caratteristiche ambientali sono state valutate secondo un approccio multi-scala: a scala locale, nell'intorno del nido, e a scala di paesaggio, considerando l'intera isola barriera. Le relazioni tra presenza o numerosità dei nidi e variabili ambientali sono state analizzate mediante modelli lineari, modelli lineari generalizzati e modelli lineari a effetti misti.
I risultati evidenziano che la scala locale di 25 m attorno al nido è la più informativa nel descrivere la selezione del sito riproduttivo. Per entrambe le specie la probabilità di presenza diminuisce all'aumentare dell'NDVI, indicando una preferenza per superfici con copertura vegetale ridotta; tale risposta è più marcata nel fratino. La variabilità dell'NDVI mostra inoltre strategie divergenti: la beccaccia di mare resulta favorita da contesti più eterogenei, mentre il fratino seleziona microhabitat maggiormente uniformi e dominati da suolo nudo. Valori elevati di BI2, associati a superfici sabbiose asciutte e scarsamente vegetate, risultano invece positivamente correlati alla presenza dei nidi in entrambe le specie.
Anche a scala di paesaggio emerge una selezione gerarchica dell'habitat: il numero di nidi diminuisce nelle isole con maggiore copertura vegetale e aumenta con l'estensione dell'habitat disponibile. La beccaccia di mare mostra una maggiore tolleranza verso l'eterogeneità strutturale, mentre il fratino conferma una specializzazione per ambienti sabbiosi aperti e omogenei. L'aumento dell'NDWI è inoltre associato a una minore numerosità di nidi, suggerendo un effetto negativo delle condizioni caratterizzate da maggiore presenza di acqua e potenziale rischio di sommersione.
Nel complesso, lo studio dimostra l'efficacia dell'integrazione tra monitoraggi avifaunistici e dati Sentinel-2 per individuare le caratteristiche ambientali più adatte alla nidificazione e per supportare il monitoraggio a lungo termine degli habitat costieri. I risultati sottolineano la necessità di mantenere superfici sabbiose aperte e dinamiche, limitando la progressiva colonizzazione vegetale e preservando i processi geomorfologici naturali delle isole barriera. Tali indicazioni risultano particolarmente rilevanti per la conservazione del fratino, specie maggiormente specializzata, e più in generale per la tutela dei limicoli nidificanti al suolo in ambienti costieri soggetti a crescente pressione ambientale.
Dott.ssa Claudia Tonali
UNIVERSITÀ CATTOLICA DEL SACRO CUORE
Corso di Laurea in Gestione d’azienda – profilo Sostenibilità
La natura nelle decisioni aziendali: uno studio sperimentale sulle percezioni degli stakeholder

La tesi analizza come differenti rappresentazioni della natura influenzino le decisioni aziendali orientate alla sostenibilità e le valutazioni degli stakeholder. Il lavoro si inserisce nel dibattito sulla tutela dell’ambiente, sulla gestione responsabile delle risorse naturali e sul rapporto tra impresa, territorio ed ecosistemi.
La ricerca parte dall’idea che la natura non sia un concetto unico e neutrale. Essa può essere interpretata come risorsa economica funzionale alla continuità produttiva e alla performance aziendale, oppure come parte di un sistema eco-relazionale nel quale attività economica, comunità locali, risorse naturali, biodiversità e generazioni future risultano interdipendenti. La tesi confronta queste rappresentazioni per comprendere se incidano sulla percezione delle scelte ambientali compiute dalle imprese.
L’obiettivo dello studio è verificare se il modo in cui la natura viene resa presente in un processo decisionale aziendale influenzi la disponibilità degli stakeholder a sostenere un investimento orientato alla tutela ambientale. Il contesto scelto riguarda la gestione delle risorse idriche in ambito agroalimentare, dove il rapporto tra attività produttiva, uso dell’acqua e ecosistemi locali è particolarmente rilevante.
La ricerca adotta un metodo sperimentale quantitativo, tramite questionario online su Qualtrics, con un campione finale di 226 partecipanti. Il disegno sperimentale è un fattoriale 2x2 between-subjects, fondato sulla manipolazione di due variabili indipendenti: la rappresentazione della natura, economico-strumentale oppure eco-relazionale, e l’intensità del trade-off associato alla decisione, bassa oppure alta.Ai partecipanti è stato presentato uno scenario realistico ambientato in una società agroalimentare fittizia, Agra S.p.A., chiamata a valutare un investimento in un sistema di irrigazione a goccia. Nella versione economico-strumentale, l’intervento era presentato come scelta funzionale all’efficienza produttiva e alla stabilità economica. Nella versione eco-relazionale, invece, la decisione era collegata alla tutela delle falde idriche, alla responsabilità verso il territorio, alla conservazione della biodiversità locale e alla protezione delle risorse naturali per le generazioni future.
Dopo la lettura dello scenario, i partecipanti hanno espresso la propria propensione ad approvare l’investimento e hanno valutato l’appropriatezza etica della decisione e la legittimità organizzativa dell’impresa. L’efficacia delle manipolazioni è stata verificata attraverso manipulation check. I dati sono stati analizzati mediante ANOVA fattoriale 2x2.
I risultati mostrano che l’intensità del trade-off è il principale fattore che influenza la propensione a sostenere l’investimento ambientale: quando i costi economici e organizzativi aumentano, la disponibilità ad approvare l’intervento diminuisce in modo significativo. Il frame eco-relazionale non produce un effetto diretto statisticamente significativo sulla scelta finale, ma incide sul modo in cui la decisione viene interpretata, favorendo giudizi più positivi di appropriatezza etica e rafforzando la legittimità percepita.
Nel complesso, la tesi evidenzia che la tutela dell’ambiente e delle risorse naturali non dipende soltanto da soluzioni tecniche, ma anche dai significati attribuiti alla relazione tra impresa e natura. La gestione responsabile delle risorse idriche richiede quindi innovazioni operative e un cambiamento culturale nel modo in cui le organizzazioni interpretano il proprio ruolo nel territorio e nell’ambiente naturale.
Dott. Filippo Pieretti
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI CAMERINO
Corso di Laurea Magistrale in Chemistry and Advanced Chemical Methodologies
Nanofotocatalizzatori Avanzati, Nanostrutturati e Multifunzionali: Da Processi Industriali Sostenibili alla Nanomedicina Mirata ai Tumori

La ricerca affronta la sfida della transizione ecologica nei processi chimici e industriali, in diretta sintonia con le finalità di tutela dell'ambiente, salvaguardia della biodiversità e riduzione dell'inquinamento promosse dall'Associazione Ambientalista "Eugenio Rosmann".
L'impiego diffuso di processi chimici tradizionali basati sui combustibili fossili, sui metalli pesanti e sui reattivi tossici rappresenta una delle principali cause di degradazione dei bacini idrici, del suolo e dell'aria. In una visione integrata di tipo "One Health", che riconosce l'interconnessione tra la salute degli ecosistemi e la salute umana, il presente lavoro dimostra come la Green Chemistry (Chimica Verde) e le nanotecnologie fotocatalitiche possano offrire soluzioni concrete per la prevenzione dell'inquinamento e la sostenibilità dei materiali.
Il lavoro di tesi si è articolato nello sviluppo e nella caratterizzazione di sistemi nano fotocatalitici eterogenei attivati da sorgenti luminose nel visibile, applicati a tre settori chiave:
1. Valorizzazione delle Biomasse e Bioplastiche Sostenibili:
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- Obiettivo: Ossidazione fotocatalitica del 5-idrossimetilfurfurale (HMF) derivato da scarti agricoli per l'ottenimento dell'acido 2,5-furandicarbossilico (FDCA), monomero fondamentale per la produzione di PEF (alternativa ecocompatibile al PET petrolchimico).
- Sistema catalitico: Nanostrutture eterogenee plasmoniche a base di biossido di zirconio e metalli nobili/transizione (es. ).
- Condizioni: Reazione condotta a temperatura ambiente, in fase acquosa/solvente verde, senza l'uso di ossidanti tossici o reattivi ad alto impatto.
2. Chimica Sintetica Sostenibile e Riduzione dei Metalli Critici:
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- Obiettivo: Sviluppo di processi di fluorocarbonilazione avanzata operanti a ridottissimo contenuto di palladio e in bassa presenza di gas letali (monossido di carbonio, ).
- Sistema catalitico: Fotocatalizzatori bimetallici eterogenei riciclabili (es. ).
- Sostenibilità: Riduzione drastica del fabbisogno di materie prime critiche, eliminazione dei sottoprodotti tossici e alta riciclabilità del catalizzatore per più cicli reattivi.
3. Piattaforme Nanomediche Biocompatibili:
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- Obiettivo: Sviluppo di nanocompositi multifunzionali ( ) per applicazioni di terapia fototermica e catalitica (nanozymes) contro target tumorali.
- Impatto ambientale: Utilizzo di nanostrutture biodegradabili e biocompatibili per limitare l'impiego e il successivo sversamento nelle acque reflue di farmaci chemioterapici tradizionali altamente tossici e persistenti nell'ambiente.
Risultati e Conclusioni
- Efficienza di Conversione: Ottenimento di conversioni ottimali dell'HMF a FDCA con selettività elevate in condizioni di luce visibile. Conversione 85%, selettività verso FDCA: 25%
- Riciclabilità e Riduzione Scarti: Il catalizzatore eterogeneo ha mostrato stabilità e riutilizzabilità per tre cicli consecutivi senza perdita significativa di attività catalitica.
- Riduzione dell'Impronta Ecologica: I processi sviluppati permettono l'abbattimento significativo dei rifiuti tossici e delle emissioni indirette di rispetto ai metodi industriali classici.
In conclusione, la tesi dimostra il ruolo fondamentale della chimica fotocatalitica come strumento di prevenzione dell'inquinamento e di salvaguardia della natura, rispondendo pienamente agli scopi scientifici e divulgativi promossi dal Concorso Eugenio Rosmann.
Dott.ssa Michela Bagnasco
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO
Corso di Laurea Magistrale in Biologia dell’Ambiente
Testing a novel camera-based method to investigate predator–prey interactions between alpine stoats and small mammals

L'ermellino (Mustela erminea) è un predatore specializzato dell'arvicola delle nevi (Chionomys nivalis) nelle Alpi italiane. Tuttavia, le dinamiche predatore-preda in questi ecosistemi sono ancora poco conosciute, principalmente a causa del comportamento elusivo delle due specie e delle difficoltà logistiche legate allo svolgimento delle attività di campo in ambienti di alta quota. La Mostela Alpina, un sistema di fototrappolaggio chiuso progettato specificamente per il monitoraggio dei piccoli mustelidi in ambiente alpino, rappresenta uno strumento promettente per superare tali limitazioni. Lo scopo di questo studio è stato valutare l'efficacia della Mostela Alpina nel rilevamento dell'ermellino e dell'arvicola delle nevi, confrontando i dati ottenuti con quelli raccolti mediante fototrappole esterne e catture con trappole a vivo, nonché valutarne il potenziale nella descrizione della comunità dei piccoli mammiferi negli ambienti alpini.
Il monitoraggio è stato condotto da giugno a ottobre 2025 nel Parco Naturale delle Alpi Marittime (Alpi sud-occidentali, Piemonte), in tre aree situate rispettivamente a 1.800, 2.100 e 2.400 m s.l.m. In ciascuna area sono state installate quattro Mostela Alpine e quattro fototrappole esterne in stazioni appaiate, distanti circa 300 m tra loro. Con cadenza mensile sono inoltre state effettuate sessioni di cattura dei piccoli mammiferi mediante 50 trappole Sherman per area, disposte a 10 m di distanza tra loro. L'efficacia dei diversi metodi è stata confrontata mediante modelli di occupazione, al fine di valutare le differenze nella probabilità di rilevamento. Sono stati inoltre analizzati i pattern di attività giornalieri e stagionali dell'ermellino e dell'arvicola delle nevi, nonché la composizione della comunità dei piccoli mammiferi ricostruita dai dati di fototrappolaggio.
La Mostela Alpina ha rilevato un numero maggiore di osservazioni di ermellino rispetto alle fototrappole esterne (66 contro 26) e un numero sostanzialmente superiore di rilevamenti di arvicola delle nevi (228 contro 25), mostrando per entrambe le specie probabilità di rilevamento leggermente superiori rispetto a quelle ottenute con le fototrappole esterne. L'ermellino ha mostrato un'attività prevalentemente diurna, mentre l'arvicola delle nevi è risultata principalmente notturna, con una sovrapposizione temporale bassa-moderata tra le due specie. Inoltre, la Mostela Alpina ha consentito di rilevare sette specie di piccoli mammiferi, rispetto alle cinque documentate mediante le sessioni di catture a vivo.
Nel complesso, la Mostela Alpina si è dimostrata uno strumento efficace per il monitoraggio dell'ermellino, dell'arvicola delle nevi e di altri piccoli mammiferi negli ambienti di alta quota. Tuttavia, l'integrazione di più metodi di monitoraggio può migliorare la stima della presenza delle specie e fornire un quadro più completo della loro ecologia negli ecosistemi alpini. I risultati ottenuti nel presente elaborato contribuiscono quindi a fornire una base scientifica utile per lo sviluppo e l’implementazione di strategie di monitoraggio più efficaci, fornendo informazioni utili a supportare future strategie di conservazione e gestione di queste specie e dei loro habitat.
Dott.ssa Chiara Russo
ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI ROMA
Corso magistrale di scultura e nuove tecnologie applicate all’arte
La presenza dei corpi marginali

Questa tesi nasce dalla necessità di utilizzare il percorso accademico come un’occasione di sintesi e di apertura, attraversando alcuni dei temi che hanno guidato la mia ricerca artistica: il corpo, la caducità della vita, la connessione con il mondo e il modo in cui lo abitiamo. Tra questi elementi, le piante sono diventate una presenza costante nei miei lavori, portandomi a interrogarmi sul loro valore simbolico e materiale e, più in generale, sul rapporto che l’essere umano contemporaneo instaura con il mondo naturale.
La ricerca parte da una domanda: perché la vista di una pianta morta non suscita in noi lo stesso turbamento generato dal corpo di un animale? Perché un albero caduto viene percepito come un ostacolo, mentre la morte di un animale provoca dolore, pietà o indignazione? Queste differenze rivelano una frattura nel nostro modo di relationarci al vivente e una difficoltà a reconocer come corpo ciò che non condivide la nostra stessa carne. In questo senso, il fenomeno del plant blindness, ovvero la tendenza a non riconoscere e non considerare le piante nonostante la loro presenza fondamentale negli ecosistemi e nella nostra stessa esistenza, diventa uno dei punti centrali della ricerca.
La prima parte della tesi ripercorre la presenza del mondo vegetale nella storia dell’arte, dalle culture antiche fino alle pratiche contemporanee, osservando come le piante abbiano assunto nel tempo funzioni magiche, simboliche, religiose, decorative, naturalistiche e scientifiche. Questo percorso mostra come il rapporto con il vegetale non sia stato sempre caratterizzato dall’invisibilità contemporanea. Nelle culture antiche le piante erano considerate manifestazioni del divino e portatrici di significati; nel Medioevo erano parte del sapere medico e religioso; nel Rinascimento divennero oggetto di osservazione e conoscenza scientifica. Con la modernità, la natura viene progressivamente isolata, selezionata e trasformata in oggetto di rappresentazione. Nell’arte contemporanea, invece, la pianta torna sempre più spesso a essere materia, presenza fisica e corpo dell’opera, diventando anche uno strumento per riflettere sulla crisi ambientale e sulla posizione dell’essere umano all’interno del sistema vivente.
La seconda parte della ricerca si concentra sulla mia pratica artistica e sulle ragioni personali che hanno portato le piante all’interno del mio lavoro. Attraverso il pensamento di autori come Emanuele Coccia e Stefano Mancuso, il vegetale viene considerato non soltanto come organismo biologico, ma come modello capace di mettere in discussione la posizione centrale dell’essere umano e di suggerire una diversa possibilità di relazione con il mondo. Le piante, soprattutto quando morte, secche o sradicate, diventano per me corpi che testimoniano una perdita di aderenza all’ambiente. Nella loro aridità riconosco quella parte dell’essere umano contemporaneo che si è progressivamente separata dalla propria dimensione naturale.
La componente visiva e materica della tesi è rappresentata dalla serie di sculture Sradicati. Le opere nascono dall’utilizzo di piante secche sulle quali vengono ricostruiti, attraverso la cera, elementi che ricordano organi, tessuti e frammenti anatomici. Il risultato è un organismo ambiguo, sospeso tra corpo vegetale e corpo carnale, tra vita e residuo, tra trasformazione e decomposizione. Lo sradicamento diventa così una condizione fisica e metaforica: separare una pianta dalle proprie radici significa interrompere un legame vitale, ma la stessa immagine può essere applicata all’essere umano contemporaneo, sempre più distante dal proprio corpo, dai ritmi biologici e dall’ecosistema di cui fa parte.
La ricerca non intende fornire risposte definitive, ma aprire una riflessione sulla necessità di riconoscersi nuovamente come parte di qualcosa. L’arte può diventare uno spazio attraverso cui riportare attenzione verso ciò che normalmente rimane ai margini dello sguardo, contrastando quella condizione di invisibilità che riguarda il mondo vegetale e contribuendo a costruire una maggiore consapevolezza del suo ruolo all’interno dell’equilibrio naturale. In questo senso, la pratica artistica diventa anche uno strumento di osservazione e di sensibilizzazione: non per rappresentare semplicemente la natura, ma per provare a modificare il modo in cui la percepiamo e, di conseguenza, il modo in cui ci relazioniamo ad essa. Perché forse, prima ancora di salvare la natura, dovremmo capire come tornare ad abitarla.
Dott. Filippo Solaroli Pignatelli
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI ROMA TRE
Corso di Laurea Magistrale in Politiche per la sicurezza globale: ambiente, energia e conflitti
Analisi geografica del rischio di alluvioni: istituzioni, territorio e società in Emilia-Romagna

L'elaborato analizza la gestione e il rischio di alluvione in Emilia-Romagna a seguito delle quattro alluvioni che hanno colpito la regione nel 2023 e 2024. La ricerca adotta il caso di studio emiliano-romagnolo per esplorare strategie innovative e partecipative di mitigazione del rischio, alimentate dal concetto di "timore-motore", ovvero la consapevolezza della fragilità territoriale che spinge verso azioni preventive. Lo studio indaga l'efficacia delle risposte istituzionali, la percezione dei cittadini alluvionati e non alluvionati e l'orientamento verso politiche di ricostruzione inclusive.
Il cambiamento climatico antropico aumenta la frequenza e gravità delle alluvioni e la vulnerabilità dei territori. L'inquadramento della vulnerabilità considera tre dimensioni principali: esposizione, sensibilità e capacità di adattamento. A livello internazionale, il Sendai Framework promosso dall'UNDRR fissa le priorità globali per la riduzione del rischio di disastri, promuovendo il principio del Build Back Better. A livello europeo, la Direttiva Alluvioni (2007/60/CE) e la Direttiva Quadro sulle Acque coordinano la gestione dei rischi a livello di distretto idrografico tramite i Piani di Gestione del Rischio di Alluvioni. In Italia, tali direttive sono recepite e attuate tramite le Autorità di Bacino. Tuttavia, storicamente la normativa italiana ha sofferto di un approccio prevalentemente emergenziale e riparatorio anziché preventivo.
L'Emilia-Romagna rappresenta uno degli hotspot nazionali per rischio idrogeologico, con oltre il 60% della popolazione ed edifici esposti a pericolosità media. Il consumo di suolo, la forte urbanizzazione e la falsa sensazione di sicurezza offerta dagli argini artificiali hanno configurato gli eventi del 2023-2024 come una catastrofe annunciata. Gli eventi alluvionali del 2-3, 16-17 maggio 2023, 17-19 settembre e 17-20 ottobre 2024 hanno provocato circa 20 vittime (l’evento di Valencia 2024 ne aveva causate oltre 200) e danni per oltre 8 miliardi di euro. Durante l'emergenza, il sistema di Protezione Civile, i Piani Comunali, i Comitati Operativi Comunali (Coc) e una vasta rete di volontari hanno gestito l'allertamento e i primi soccorsi. La risposta statale ha visto la nomina del Commissario Straordinario, pur segnata da dibattiti politici che hanno rallentato l'avvio della ricostruzione.
Il governo italiano ha inizialmente adottato il D.L.61/2023 (convertito in L.100/2023) per rispondere all'emergenza locale, accelerando poi l'approvazione della legge quadro nazionale sulla ricostruzione post-calamità (L.40/2025). Per la ricostruzione privata, sono stati predisposti strumenti di supporto economico per le famiglie colpite come il Contributo di Immediato Sostegno (Cis) e il Contributo di Autonoma Sistemazione (Cas). Successivamente, l'ordinanza commissariale n.14/2023 integrata dalla n.54/2025 hanno definito le modalità d'accesso ai ristori. Nonostante la rilevanza dei fondi, le famiglie hanno riscontrato lunghi tempi di attesa e un’importante complessità delle piattaforme informatiche per la presentazione delle domande.
L'indagine condotta tramite un questionario somministrato a 330 cittadini (in particolare nel Comune di Faenza) evidenzia l'importanza dei Comitati alluvionati nel fornire assistenza e rappresentanza ai colpiti. Emergono tuttavia sfiducia nelle istituzioni e bisogni d'innovazione. Le misure infrastrutturali tradizionali, come le casse di espansione, riscuotono ampio favore tra i cittadini per la loro efficacia preventiva. La delocalizzazione, sebbene teoricamente risolutiva, incontra forti resistenze per costi socio-economici e legami affettivi. La ricerca conclude sottolineando che una riduzione efficace del rischio richiede una combinazione di soluzioni strutturali, incentrate sull’arresto del consumo di suolo e dell’espansione, e non strutturali, fondate sulla trasparenza, sull'educazione della cittadinanza e su processi decisionali partecipativi.
Dott.ssa Alessia Gay
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TORINO
Corso di Laurea Magistrale in Monitoraggio ambientale, tutela e ripristino
Caratterizzazione chimica di neve e pioggia in Tundra alpina (sito lter istituto mosso)

Nel presente lavoro di tesi sono state studiate le caratteristiche chimiche delle precipitazioni solide e liquide in ambiente di tundra alpina, presso il sito LTER Istituto Scientifico Angelo Mosso, sul versante sud del Massiccio del Monte Rosa. I siti di monitoraggio di alta quota sono fondamentali per studiare l’apporto di nutrienti e inquinanti negli ecosistemi montani remoti, dove le sorgenti locali sono limitate, ma l’influenza delle aree antropizzate circostanti può risultare significativa. Nel corso del 2025, durante la stagione invernale-primaverile sono stati effettuati tredici campionamenti di neve fresca e un campionamento dell’intero profilo, mentre in estate sono stati eseguiti dieci campionamenti di precipitazione liquida. I campioni sono stati analizzati in laboratorio per la determinazione dei principali parametri chimici, quali: pH, conducibilità elettrica (CE), carbonio organico disciolto (DOC), azoto nitrico (N-NO3-) e azoto ammoniacale (N-NH4+). Successivamente, l’origine delle masse d’aria associate agli eventi precipitativi è stata investigata mediante il modello di dispersione atmosferica HYSPLIT della NOAA. Nel complesso, i parametri chimici rilevati nei campioni di neve fresca e di pioggia risultano coerenti con quanto riportato in studi analoghi condotti nelle Alpi. Il profilo nivologico campionato ad aprile ha inoltre permesso di calcolare gli stock di C organico disciolto e N inorganico del 2025, rispettivamente pari a 11,51 e 1,46 kg ha-1, che risultano leggermente superiori rispetto agli anni precedenti in relazione al notevole spessore del manto nevoso. Il confronto tra pH, CE e concentrazioni di DOC, N-NO3- e N-NH4+ ha evidenziato valori più elevati nella pioggia rispetto alla neve fresca, con differenze statisticamente significative (p < 0,05, test ANOVA). Tale differenza può essere ricondotta alle dinamiche atmosferiche stagionali, che influenzano il trasporto delle specie chimiche verso le aree alpine: in inverno le frequenti inversioni termiche limitano il trasporto in quota, mentre in estate la convezione termica favorisce il trasporto verticale delle masse d’aria; la primavera rappresenta invece una situazione intermedia. Nonostante la collocazione in ambiente remoto, il sito di studio risente infatti, soprattutto in estate, dell’influenza della Pianura Padana, che è uno dei principali hotspot di inquinamento atmosferico a livello europeo. Per questo motivo, sebbene le precipitazioni nevose predominino su base annua, gli eventi piovosi, concentrati in un numero più limitato di mesi, contribuiscono in modo significativo agli apporti di C e N registrati nel sito. I risultati evidenziano pertanto l’importanza di considerare congiuntamente precipitazioni solide e liquide per una valutazione completa dei flussi di nutrienti e contaminanti negli ecosistemi alpini.
Dott.ssa Roberta Genca
UNIVERSITÀ DI SIENA
Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza
Il benessere animale tra sostenibilità e ripristino della natura
L'articolo analizza il fenomeno delle perdite alimentari nella fase primaria della filiera agroalimentare, evidenziandone la rilevanza nell'ambito delle politiche di sostenibilità. Dopo aver ricostruito l'evoluzione delle nozioni di food loss e food waste elaborate dalla FAO e la progressiva inclusione della riduzione delle perdite e degli sprechi alimentari nell'Agenda 2030, il contributo approfondisce le principali cause delle perdite alimentari nella produzione primaria, riconducibili sia a fattori ambientali e biologici sia a dinamiche economiche e commerciali che incidono sull'accesso al mercato.
Particolare attenzione è dedicata al settore zootecnico, nel quale il benessere animale viene esaminato non soltanto quale valore etico e giuridico autonomamente tutelato dall'ordinamento europeo e nazionale, ma anche quale possibile strumento attraverso cui contribuire alla riduzione delle perdite alimentari. Attraverso l'analisi della normativa, della dottrina e delle evidenze scientifiche disponibili, il lavoro evidenzia come il miglioramento delle condizioni di allevamento possa contribuire alla tutela della salute animale, alla sicurezza alimentare, all'efficienza produttiva e, più in generale, alla sostenibilità dei sistemi agroalimentari. Il contributo individua ,infine, nel rapporto tra benessere animale e perdite alimentari un ambito meritevole di ulteriore approfondimento ai fini dello sviluppo di strategie integrate di sostenibilità della filiera agroalimentare.
Dott. Marco Babato
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Master's Degree in Environmental Engineering
Design and Application of Remediation Technologies for Chromium-Contaminated Aquifers: A Case Study

La bonifica dei siti contaminati è una delle principali sfide per la tutela dell’ambiente e del territorio, soprattutto quando la contaminazione interessa le acque sotterranee. La tesi analizza il caso dell’ex Galvanica P.M. di Tezze sul Brenta, in provincia di Vicenza, un sito industriale interessato per molti anni da una contaminazione da cromo esavalente (Cr(VI)). Questo contaminante è particolarmente problematico per la sua elevata mobilità nella falda e per i rischi associati alla salute umana e all’ambiente.
Il lavoro ricostruisce la storia del sito e della sua bonifica, dall’inizio dell’attività industriale nel 1972 fino alla conclusione degli interventi nel 2026. La ricostruzione è stata fatta attraverso l’analisi di documenti tecnici, amministrativi e normativi, compresi diversi rapporti riservati non disponibili al pubblico. Questo materiale ha permesso di seguire l’evoluzione della contaminazione, delle indagini ambientali e delle scelte progettuali adottate nel corso degli anni.
Una parte importante della tesi riguarda gli interventi realizzati nell’ambito del Piano Operativo di Bonifica. La strategia di risanamento ha previsto più tecnologie integrate: il confinamento laterale dell’area, la realizzazione di un sistema di fondo, il trattamento chimico in situ mediante polisolfuro di calcio e la sistemazione superficiale del sito. La tesi analizza inoltre i risultati delle indagini e delle prove pilota che hanno portato alla scelta della tecnologia di trattamento.
Sono state sviluppate anche due analisi tecniche specifiche. La prima riguarda la possibile diffusione del Cr(VI) all’interno degli strati di ghiaia cementata presenti sotto il sito, valutata attraverso alcuni calcoli di diffusione. La seconda riguarda il trattamento chimico, con una stima della massa di contaminante presente e un confronto tra il fabbisogno teorico di reagente e la quantità effettivamente iniettata.
I dati di monitoraggio disponibili mostrano una riduzione progressiva delle concentrazioni di Cr(VI) nella falda. Nei punti di conformità e nei pozzi sentinella sono state raggiunte concentrazioni inferiori al limite normativo di 5 μg/L. Il monitoraggio successivo alla bonifica è ancora in corso, ma i risultati disponibili indicano un andamento coerente con gli obiettivi previsti dal progetto.
Il caso dell’ex Galvanica P.M. è quindi particolarmente rilevante per il territorio veneto, sia per la durata della contaminazione, sia per la complessità degli interventi necessari per affrontarla. La tesi mette in evidenza l’evoluzione di un intervento di bonifica sviluppato nell’arco di più di vent’anni e mostra, attraverso i dati disponibili, i risultati raggiunti nella riduzione della contaminazione e nella protezione della falda.
Dott. Davide Abbacchi
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI FIRENZE
Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie per la Gestione degli Spazi Verdi e del Paesaggio
Il ruolo potenziale delle piste ciclabili verdi in città

Il lavoro di tesi in questione nasce dall’osservazione delle città italiane dal Nord al Sud, dove è stata riscontrata una costante problematica legata alle piste ciclabili. Ciò che si è notato è una presenza di percorsi che difficilmente tutelano gli utenti, salvo alcune eccezioni, e che vedono questi ultimi troppo esposti a: soleggiamento, inquinanti e scarsa sicurezza. Si raggiunge l’apice di vulnerabilità a tali fattori quando ci si trova di fronte alla cosiddetta “Pista ciclabile su corsia riservata in carreggiata”, ovvero quei tracciati che, il più delle volte, vengono ricavati da strade carrabili, dove i ciclisti si ritrovano a transitare accanto ai vari automezzi senza alcuno spartitraffico o element separatore. Tale suggestione è poi confermata da alcuni dati Istat che certificano come gli “utenti vulnerabili” (pedoni, ciclisti, conducenti di monopattini elettrici, ciclomotori e motocicli) siano soggetti a elevati rischi di incidenti stradali.
Se a questo si aggiunge una criticità ricorrente tra gli addetti ai lavori, ovvero la significativa difficoltà a trovare degli spazi aperti dove far sorgere nuove aree verdi pubbliche a causa dell’elevata impermeabilizzazione del suolo che coinvolge tante città italiane, si è deciso di trattare l’importanza strategica delle piste ciclabili verdi, cioè affiancate da vegetazione.
Il ruolo cruciale che la vegetazione può giocare venendo accostata alle infrastrutture ciclabili potrebbe essere tale da renderle più attrattive sia per chi utilizza la bicicletta, sia per i non ciclisti. Si giustifica la loro attrattività dall’ombreggiamento dato dalle chiome degli alberi, dal minor inquinamento dovuto alla loro presenza e dal loro ingombro, che porterebbe automaticamente a una maggiore sicurezza per gli utenti, in quanto dovrebbe prevedersi automaticamente delle aiuole che fungono da spartitraffico. In tal modo si disincentiverebbe l’utilizzo delle auto a favore della bicicletta, portando a una maggiore vivibilità delle città data da minore traffico, minore inquinamento (sia ambientale che acustico) e una migliore qualità dell’aria.
Un altro compito rilevante delle ciclabili vegetate è la possibilità di realizzare delle infrastrutture verdi urbane. Esse si ricollegano al concetto di connessione, in questo caso di spazi verdi, e tale processo può essere proprio implementato con tali percorsi ciclabili. Anche questo è un tema importante nelle città di tutto il mondo perché si vede come in certi casi i vari parchi e giardini risultino come interventi puntuali all’interno del contesto urbano, mentre se fossero connessi tra loro, quindi se vi fosse una continuità tra di essi, ne conseguirebbero diversi benefici perché, dalla connessione degli ecosistemi, si avrebbe una più importante produzione di servizi ecosistemici.
Per una loro attenta progettazione, sono stati esaminati diversi casi studio sia in Italia che in altre parti d’Europa e l’esempio più importante è rivestito dalla città di Copenaghen, in Danimarca. Infatti, con la sua rete ciclabile denominata “Grønne Cykelruter”. Tale modello potrebbe proprio essere un esempio da prendere come ispirazione e che si potrebbe scalare, ma non copiare in maniera integrale, date le diverse condizioni climatiche e la diversa identità storica e culturale della città danese, a svariate città italiane. Ciò che emerge da questa analisi è che la pianificazione e la realizzazione di tali infrastrutture devono essere guidate attentamente da un team multidisciplinare, dove devono collaborare agronomi, architetti, urbanisti, pianificatori, ingegneri e anche i potenziali fruitori di questi tracciati.
Per dare forza a questa tesi, è stato infine effettuato un caso progettuale, dove il luogo oggetto di intervento è stata la pista ciclabile di Sesto Fiorentino, la quale collega Via del Pantano a Via dell’Osmannoro e attraversa il Parco della Piana. La pista ciclabile in questione vede la totale assenza di alberature e questo espone gli utenti agli inquinanti derivanti dalla strada “Mezzana Perfetti Ricasoli” adiacente e dall’area industriale di Sesto Fiorentino e all’irraggiamento solare. Tale tratto, che misura circa 1,3 km, è uno snodo importante perché permette di attraversare una porzione della città e approdare al Parco della Piana appena citato da un lato, e all’area del Polo Scientifico di Sesto Fiorentino dall’altro. Per tale motivo è stato previsto lungo tutto il percorso un filare alberato costituito da specie diverse, quindi non un classico filare monospecifico, in modo da sopperire alle problematiche già elencate. La scelta delle specie diverse non è stata casuale, in quanto il filare può rispondere meglio in questo modo ad attacchi di natura biotica (es. funghi). Inoltre, le diverse specie scelte sono tutte caducifoglie, in modo che gli utenti possano beneficiare delle giornate soleggiate invernali e avere un adeguato ombreggiamento durante le giornate estive.
Dott.ssa Isabel Camerotto
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE
Corso di Laurea Magistrale in Ingegneria per l’Ambiente, il Territorio e la Protezione Civile
Studio multidisciplinare per l’identificazione di UN versante roccioso instabile: La frana di Chiutzuquin (Dogna, Friuli Venezia Giulia)

I fenomeni franosi rappresentano una delle principali criticità per i territori montani, minacciando la sicurezza di centri abitati e infrastrutture. Le frane in roccia, in particolare, sono caratterizzate da cinematismi complessi, fortemente dipendenti delle condizioni geologiche, strutturali e idrogeologiche. Lo studio dei versanti instabili è reso ancora più urgente dai cambiamenti climatici in atto e dall'aumento dell'urbanizzazione in aree vulnerabili. La tesi affronta queste tematiche attraverso lo studio multidisciplinare di un versante in roccia instabile nel comune di Dogna (UD, FVG), sotto il borgo di Chiutzuquin. Il fenomeno coinvolge la Strada Comunale della Val Dogna, unica via di accesso alla valle: i cedimenti del piano stradale ne compromettono la funzionalità dagli anni '90.
Gli obiettivi della ricerca sono stati: ricostruire il modello geologico e geomeccanico del versante, individuare i meccanismi di instabilità e definire le strategie di mitigazione del rischio compatibili, secondo un'analisi a priori dove l'attenzione è posta all'identificazione dei segnali di pre-rottura.
Lo studio è stato condotto con un approccio multidisciplinare e ha previsto una campagna di indagini dirette e indirette, tra cui:
- studio litostratigrafico e tettonico della Val Dogna;
- analisi geomorfologica del versante e dell'area circostante su DTM;
- rilievo geomeccanico in sito e analisi geometrica delle discontinuità;
- rilievo delle deformazioni sul terreno e sui manufatti (fessurazioni, cedimenti, danni ai muri di sostegno);
- livellazione topografica per la misurazione delle variazioni altimetriche;
- monitoraggio inclinometrico su strumentazione esistente (S1 e S3);
- nuovi sondaggi a carotaggio continuo e nuovi tubi inclinometrici.
Il versante è impostato su una successione carbonatica del Triassico Superiore (Gruppo del Raibl), la quale è condizionata da un sistema di faglie locali. Le perforazioni hanno evidenziato livelli rocciosi fratturati e interstrati marnosi, potenziali superfici di scivolamento. A circa 40 m di profondità sono state riscontrate striature ritenute riconducibili a una frana preistorica di grandi dimensioni (volume stimato 1000000 m³), la cui massa non è mai giunta completamente a fondovalle e parte di essa risulta oggi parzialmente rimobilizzata.
Le superfici di scivolamento più superficiali, individuate dalla strumentazione inclinometrica, si localizzano a circa 9 m di profondità (contatto tra il deposito e l'ammasso roccioso), instabilizzando un volume di circa 120 000 m³; la superficie a 15-17 m individua un volume instabile circa del 40% della frana preistorica.
Entrambe queste unità instabili hanno una direzione di spostamento verso l'impluvio dell'affluente sinistro del Rio Mas (N140°E), il quale rappresenta un fattore di continua erosione al piede della massa instabile. Invece, la porzione più profonda e antica ha avuto una deformazione lungo la direzione di massima pendenza del pendio (N210°E). Il cinematismo è uno scivolamento multiplanare, con caratteristiche di instabilità lenta, ma potenzialmente evolutiva e non correlata a eventi meteorici.
Data la profondità delle possibili superfici di scivolamento e la complessità tecnica di interventi di stabilizzazione efficaci, la soluzione per la sicurezza della sede stradale è la delocalizzazione del tratto interessato, su un nuovo tracciato al di fuori dell'area instabile.
Il lavoro dimostra come la gestione dei rischi naturali in ambiente alpino richieda un approccio multidisciplinare integrato, in cui l'osservazione diretta in sito resta imprescindibile.
Dott.ssa Maria Romano
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI NAPOLI “PARTHENOPE”
Corso di Laurea Triennale in Ingegneria Gestionale
Analisi della sostenibilità nei sistemi portuali: dimensioni ambientali e sociali, dinamiche e prospettive di sviluppo

La tesi analizza la sostenibilità dei sistemi marittimo-portuali assumendo il porto come sistema territoriale complesso, in cui infrastrutture, tecnologie energetiche, processi logistici, organizzazione del lavoro e comunità portuale sono interdependenti. L’obiettivo è individuare le condizioni che rendono la transizione ambientale applicabile, scalabile e socialmente responsabile, con attenzione alla riduzione delle emissioni, all’efficienza energetica e alla tutela del fattore umano.
La prima parte esamina supercapacitori, batterie allo stato solido e semi-solide e architetture ibride per il trasporto marittimo e fluviale. Sulla base della letteratura scientifica e tecnico-regolatoria e dei risultati del progetto europeo AENEAS sono stati costruiti una matrice tecnologia-segmento, schede di applicabilità e una roadmap verso i TRL 7-8. Rimorchiatori portuali, unità regionali Ro-Ro/Ro-Pax e unità fluviali sono confrontati rispetto a energia, potenza, sicurezza, cicli operativi, ricarica e interfaccia nave-porto. I risultati mostrano che i benefici ambientali dipendono dalla coerenza tra tecnologia e missione: i supercapacitori rispondono ai picchi di potenza, le batterie solide e semi-solide ai fabbisogni di autonomia, le soluzioni ibride ai profili misti. Infrastrutture elettriche a terra, sistemi di controllo e certificazione risultano decisivi per ridurre l’uso dei generatori termici, sostenere il cold ironing e contenere le emissioni nelle aree portuali e costiere.
La seconda parte approfondisce il passaggio dalla sperimentazione al mercato mediante segmentazione della flotta, analisi SWOT e lettura integrata di LCIA, LCC e TCO. La protezione ambientale richiede una governance territoriale capace di coordinare investimenti, rete energetica, spazi portuali, norme e responsabilità tra gli attori. Costi iniziali, carenze infrastrutturali e incertezza certificativa rallentano il deployment; missioni prevedibili, modularità e valutazioni lungo il ciclo di vita ne favoriscono invece la replicabilità. Il porto emerge così come nodo energetico attivo e luogo strategico per la decarbonizzazione del sistema logistico.
La sostenibilità sociale è stata verificata attraverso un caso studio presso il Salerno Container Terminal. Un disegno mixed-methods ha integrato circa 54 sessioni di intervista e 43 sessioni EEG validate, riferite a 22 partecipanti, per osservare in forma descrittivo-esplorativa gli indicatori cognitivi insieme alle condizioni reali di lavoro. Le evidenze mostrano che il carico cognitivo è influenzato dalla qualità delle comunicazioni, dalla leggibilità del piazzale, dalla pianificazione, dalla turnazione e dal coordinamento. Ne derivano proposte su canali radio, passaggi di consegne, spazi, formazione situata e governance etica dei dati.
Il contributo complessivo consiste in una lettura unitaria della sostenibilità portuale: la tutela dell’ambiente e del territorio dipende dall’integrazione delle tecnologie a minori emissioni con infrastrutture adeguate, valutazioni di ciclo di vita, processi organizzativi sicuri e partecipazione degli operatori. La transizione diventa efficace quando innovazione energetica, capacità di governo e protezione del lavoro convergono nella progettazione di porti più sicuri, efficienti e responsabili.
Dott.ssa Clara Samsa
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA
Corso di Laurea Magistrale in Biologia ed Ecologia Marina
Analisi d’immagine e machine learning per l’istopatologia di sparus aurata Linnaeus, 1758 in acquacultura

L’acquacoltura è un settore della zootecnia in crescita in tutto il mondo. In tutti i settori dell’industria, la diffusione di un certo processo innesca la necessità di migliorarlo, per questioni di competitività tra aziende, ma anche, in un’ottica globale, per renderlo più sostenibile. In questo contesto, la ricerca di nuove formulazioni nei mangimi dei pesci di allevamento è un punto cruciale, dato che l’alimentazione può modulare la velocità di crescita, la qualità delle carni e il funzionamento del sistema immunitario (importante questo per ridurre o azzerare l’utilizzo di farmaci e antibiotici). L’acquacoltura AQUA di Lavagna (GE) ha testato su orata Sparus aurata l’utilizzo di un mangime sperimentale Nutritech, la cui formula è segreto industriale. Questo lavoro si prefiggeva di evidenziare le differenze istopatologiche rilevate in intestino, fegato e milza tra esemplari di S. aurata alimentati con il mangime Nutritech e con mangime commerciale Skretting. Inoltre, si prefiggeva di analizzare le immagini attraverso l’utilizzo di un tool di machine learning chiamato Trainable Weka Segmentation (TSW), per poter standardizzare il lavoro svolto e renderlo replicabile. Non sono state trovate differenze significative tra gli esemplari alimentati con diete differenti, le uniche differenze evidenziate dalle analisi svolte sono dovute alla crescita naturale degli esemplari. Nonostante i diversi tentativi nel rendere efficace la segmentazione d’immagine usando TSW, non si sono ottenuti risultati adeguatamente precisi. Pertanto, i risultati ci indicano che il mangime sperimentale, almeno a livello di istopatologia degli organi investigati, non è dannoso per S. aurata o, per meglio dire, non lo è più del mangime usato commercialmente in acquacoltura. Altre informazioni, che vanno oltre lo scopo di questa tesi, sul tasso di crescita, sulla qualità del pesce e sul suo generale benessere, potranno essere prese in considerazione, insieme al costo dei due mangimi, per capire se l’utilizzo di quello sperimentale sia da preferire. Le analisi multivariate ci hanno permesso di evidenziare che alcuni parametri considerati sono ridondanti e che sarebbe stato altrettanto informativo acquisirne un numero minore, per questo, anche l’aspetto metodologico di questo lavoro potrà essere spunto per lavori futuri eseguiti con tecniche istologiche per la standardizzazione delle procedure di analisi del tratto digerente dei pesci. Questo lavoro di Tesi è stato svolto presso il Laboratorio di Anatomia Comparata del DiSTAV (Università di Genova).
Dott. Bruno Domanti
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Corso di Laurea Triennale in Scienze Biologiche
Studio dell'inibizione in contesto di migrazione nell'anguilla europea (Anguilla anguilla)

L'anguilla europea (Anguilla anguilla) è una specie catadroma che affronta lunghi viaggi per completare il proprio ciclo vitale. Durante la risalita controcorrente dei fiumi, questi animali si trovano sempre più spesso a dover affrontare ostacoli artificiali posti dall'attività umana, quali dighe o barriere, che alterano gravemente gli habitat e minacciano la sopravvivenza della specie.
Questo elaborato si inserisce nel contesto della tutela degli ecosistemi acquatici indagando il ruolo del controllo inibitorio durante queste migrazioni. L'obiettivo è comprendere se questi pesci siano in grado di inibire i propri impulsi comportamentali innati di fronte alle barriere antropiche, trovando strategie alternative per superarle. Per andare oltre un approccio puramente teorico, la ricerca si fonda su un esperimento originale condotto su tredici esemplari allo stadio larvale di ragano.
Ogni anguilla è stata sottoposta a un esperimento di 40 minuti in una vasca appositamente allestita per riprodurre artificialmente i flussi d'acqua fluviali naturali. Le scelte comportamentali e i tempi trascorsi in ciascun settore sono stati monitorati tramite videoregistrazioni e analizzati con accuratezza attraverso un’analisi avanzata tramite il software Boris (Behavioral Observation Research Interactive Software). I dati ottenuti hanno evidenziato la presenza della capacità di inibire il comportamento di reotassi negativa che guida la risalita, mostrando una notevole flessibilità cognitiva e una chiara propensione all'esplorazione per aggirare l’ostacolo.
Nello specifico, l'analisi spazio-temporale delle prestazioni individuali ha dimostrato che i soggetti testati sono in grado di inibire il forte istinto innato a dirigersi controcorrente. I risultati hanno infatti evidenziato che gli esemplari esplorano attivamente i diversi corridoi della vasca, cambiando frequentemente direzione o trascorrendo frazioni di tempo significative nel settore di partenza di fronte all'ostacolo. È emersa inoltre un'interessante variabilità intraspecifica nelle scelte di esplorazione, confermando una diversificazione individuale delle strategie per far fronte alle nuove barriere.
Da un punto di vista ecosistemico, questo dato è fondamentale: suggerisce che la specie ha il potenziale per superare le barriere antropiche, a patto che vengano garantiti adeguati corridoi ecologici per questi misteriosi e affascinanti animali.
I risultati di questo studio offrono una prospettiva etologica e quantitativa sulle dinamiche di adattamento dell'anguilla europea. La proliferazione di dighe colpisce duramente ecosistemi cruciali per la specie, comprese le fitte diramazioni fluviali del Nord Italia e del Delta del Po (come le storiche Valli di Comacchio). Attualmente inserita nella Lista Rossa IUCN, la sopravvivenza dell'anguilla dipende urgentemente da interventi di ripristino della connettività ecologica. I dati quantitativi emersi da questo studio forniscono basi utili alla progettazione di infrastrutture ecosostenibili: tutelare le rotte migratorie di Anguilla anguilla non significa solo salvare una specie a rischio, ma difendere l'intera rete trofica e l'integrità degli ecosistemi acquatici.
Dott. Franco Perla
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Corso di Laurea Magistrale in Scienze per il Paesaggio
L’orto urbano come cerniera territoriale: reti sociali e forme alternative di produzione alimentare nella città di Bologna

L’oggetto centrale della tesi è l’orto urbano, inteso non soltanto come spazio destinato alla coltivazione, ma come pratica capace di portare con sé significati e ragionamenti più ampi connessi ai temi dell’autoproduzione, della coesione sociale e territoriale. L’orto urbano si può definire infatti come un elemento complesso dal carattere multifunzionale e dall’alta potenzialità trasformativa in diversi ambiti, in particolare in quello ambientale e sociale.
L’obiettivo di questa tesi è ragionare sul tema degli orti urbani per individuare nuove forme di co-produzione alimentare sostenibili e alternative rispetto al modello produttivo dominante. In questa prospettiva si interpreta il paesaggio urbano non solo come un luogo di consumo e sfruttamento delle risorse, ma come un campo dinamico e strettamente collegato con il territorio limitrofo. Si evidenzia come l’orticoltura possa rappresentare un passaggio significativo per delineare concetti quali la sovranità alimentare, il paesaggio democratico e la collaborazione tra agency umane e non umane. Attraverso una lettura multiscalare, l’orto urbano può essere interpretato come una vera e propria cerniera territoriale e culturale; risorsa capace di connettere e compattare il territorio, tentando, da un lato, una riformulazione del rapporto città-campagna e, dall’altro, attivando una trasformazione culturale.
La prima parte della ricerca si sviluppa in un approfondimento teorico, necessario a collocare il tema degli orti urbani all’interno di una più ampia cornice. È stato innanzitutto necessario contestualizzarli all’interno dell’ambito del “verde urbano”, di cui gli orti sono considerati una sottocategoria. Le ambiguità che caratterizzano la distinzione tra vegetazione pianificata e spontanea e tra verde pubblico e privato, emergono anche nell’orto urbano, il quale però sfuma tali opposizioni, proponendo una lettura del paesaggio urbano come esito di una relazione dinamica tra azione umana e componenti non umane. L’approfondimento dell’evoluzione storica dell’orticoltura urbana, inoltre, permette di comprendere come i significati dell’orto si siano trasformati da pratica legata alla sussistenza a espressione della ricerca di nuove forme di rapporto con il territorio. Attraverso la prospettiva della more-than-human geography e il concetto di Terzo Paesaggio, vengono quindi analizzate le potenzialità e le caratteristiche specifiche dell’orto nel contesto dello stile di vita urbano contemporaneo. L’obiettivo è restituire la complessità di questa pratica, riconoscendo in essa un tentativo individuale e collettivo di cambiamento sociale nel modo di abitare lo spazio urbano.
La seconda parte della ricerca assume un carattere empirico in quanto è dedicata alla ricerca sul campo, in particolare all’analisi di tre esperienze di coltivazione urbana nella città di Bologna. La scelta di questo contesto territoriale deriva dalla presenza di numerose esperienze di orticoltura diversificate e dinamiche, capaci di allargarsi a forme più strutturate di coltivazione urbana, periurbana e di prossimità. È stato adottato un approccio qualitativo, servendosi dell’intervista e dell’osservazione partecipante come strumenti di ricerca. In primo luogo, è stata approfondita la realtà degli orti comunali, analizzando in particolare quelli di Via Salgari, situati nel quartiere del Pilastro. Attraverso l’intervista a un orticoltore è stato possibile approfondire il ruolo della pratica orticola nella costruzione dell’identità locale e nei processi di autonarrazione degli abitanti. Successivamente, ampliando il bacino di analisi spaziale e modificando parzialmente il filtro d’analisi, l’indagine si è estesa a due realtà più strutturate. La ricerca quindi, si è aperta all’analisi di modelli alternativi di produzione alimentare, analoghi alle esperienze orticole per finalità e principi, ma differenti nelle modalità di agire. Attraverso altre due interviste, sono state analizzate due realtà che operano consapevolmente in un’ottica di sovranità alimentare e che condividono il comune obiettivo di rafforzare il rapporto comunità-territorio. In particolare, si sono approfondite l’esperienza di agricoltura comunitaria di Arvaia, una CSA presente nel territorio comunale di Bologna, e il network città-campagna di Campi Aperti, associazione che opera nel territorio urbano, mettendo in comunicazione, attraverso mercati contadini autogestiti, consumatori e produttori che praticano agricoltura di prossimità e biologica.
La ricerca evidenzia come le pratiche di coltivazione possano contribuire alla ridefinizione del rapporto tra città e produzione agricola, aprendo la strada a nuove forme di organizzazione territoriale fondate sulla prossimità, sulla cooperazione e sulla consapevolezza dei processi che legano ambiente e società. In questa prospettiva, l’orto urbano diventa elemento capace di mettere in relazione comunità, territorio e componenti non umane, assumendo il ruolo di cerniera territoriale e culturale.
Dott.ssa Amelia Festa
UNIVERSITÀ DI BRESCIA
Corso di Laurea Triennale in Sistemi agricoli sostenibili
Indagine sperimentale inerente le proprietà idrologiche di substrati per tetti verdi

Il mio lavoro di tesi intitolato “indagine sperimentale inerente le proprietà idrologiche di substrati per tetti verdi” approfondisce le dinamiche idrologiche che intervengono in un set di substrati resi disponibili dall’azienda Harpo, con sede a Trieste, che si occupa della fornitura di materiali per la realizzazione di tali sistemi e presso cui ho svolto il tirocinio. Infatti, riporto qui la relazione finale esito delle misure svolte presso l’azienda e dell’elaborazione dei valori ottenuti.
Iniziando con una presentazione della tipologia costruttiva oggetto di analisi, i tetti verdi sono definiti una soluzione sostenibile per mitigare gli impatti ambientali causati dall’eccessiva presenza di infrastrutture. In particolare, un tetto verde è un sistema costituito da diverse componenti a sostegno della vegetazione che, come suggerisce il nome stesso, va a coprire un corpo di fabbrica ed è in grado di esercitare diversi benefici ecosistemici, quali la riduzione dell’effetto isola di calore, la mitigazione degli inquinanti dell’aria e un effetto di compensazione ambientale, in quanto zona di ristoro per la fauna. Tali componenti (substrato, telo filtrante e strato drenante, feltro di protezione e di accumulo idrico e la membrana impermeabilizzante) costituiscono un sistema che sottostà a una norma di riferimento, la norma UNI EN 11235, che stabilisce i parametri da rispettare e i materiali da impiegare per le diverse componenti, con particolare attenzione alla componente del substrato, ossia la più complessa perché deve possedere particolari caratteristiche, anche in relazione al contesto ambientale in cui è inserito.
Il nostro interesse è stato quello di approfondire le caratteristiche idrologiche di questi sistemi, tali da giustificare il loro ruolo nella gestione degli eventi precipitativi, ossia il loro contributo nella riduzione della portata al colmo di piena in conformità̀ con la legge regionale sull'invarianza idraulica, che prescrive che le nuove urbanizzazioni, ristrutturazioni o impermeabilizzazioni del suolo non aumentino la portata e il volume delle acque meteoriche scaricate nelle fognature, al fide di prevenire allagamenti.
A tal scopo la tesi presenta una modellazione idrologica dei tetti verdi, ossia lo studio dei processi idrologici che avvengono all’interno dei substrati considerati, andando ad approfondire soprattutto il processo d’infiltrazione e la conducibilità idraulica determinante la velocità del flusso.
Prima di tutto vengono presentati i metodi di laboratorio impiegati (strumenti basati sul metodo evaporimetrico e su metodi applicativi delle tecniche di infiltrazione). In particolare, si sono indagate le caratteristiche granulometriche dei suoli in esame perché alla base del valore della conducibilità idraulica, e ciò è stato fatto impiegando il vibrosetacciatore. L’analisi ha poi previsto l’utilizzo del sistema Hyprop, un apparato basato sull’impiego di tensiometri per la misurazione in continuo di suzione e contenuto d’acqua al fine di ricavare le curve di ritenzione e di conducibilità idraulica. E per completare le misure ricavate dall’Hyprop sono state svolte una serie di prove anche con il Minidisk, che consente di misurare i dati della conducibilità a saturazione. Infine, per determinare la conducibilità a partire dalla rilevazione della velocità stazionaria di infiltrazione in un mezzo poroso insaturo, è stato impiegato l’infiltrometro a tensione.
La parte finale verte sulla presentazione dei risultati ottenuti, con particolare attenzione ai dati raccolti con lo strumento Hyprop ai fini della stima della conducibilità idraulica. Tali misure sono state interpolate con l’equazione proposta da van Genuchten, nella forma bimodale, per la determinazione dei parametri della curva di ritenzione, ma si è resa necessaria una ricostruzione dei dati di background perché alcuni dei parametri dei legami costitutivi alla base del modello impiegato per l’interpolazione hanno raggiunto la saturazione in più prove, ossia i limiti imposti nel fitting, facendo sì che l’interpolazione ottenuta risulti forzata, e non necessariamente corretta. Inoltre, il software, come già osservato da pratiche sperimentali precedenti, tende a restituire una curva interpolante che esclude una serie di dati quando non riconosce un allineamento perfetto. Infatti, noi sappiamo che le curve di ritenzione, ma anche quelle di conducibilità, possono avere un punto di flessione presso saturazione, ma ciò non è messo in evidenza dall'interpretazione fornita da Software Hyprop. Recuperando i dati esclusi è stato possibile ricavare dei risultati apprezzabili, come è possibile osservare dal confronto dei grafici presentati.
Alla luce di questo prospetto, il lavoro si è rivelato utile nella raccolta di dati e misure rispetto a fenomeni
che sono ancora poco indagati in letteratura, per questo motivo la speranza è che vengano approfonditi, anche tramite lo svolgimento di altre prove (metodo best) che consentano di indagare il comportamento dei substrati per periodi più lunghi e in condizioni di potenziale del contenuto d’acqua diverse al fine di definire l’effettiva prestanza dei tetti verdi, e studiarne il comportamento sia in caso di piogge deboli, ma prolungate nel tempo, sia per piogge più intense, ma brevi.
Dott.ssa Tiffany Yee Ching
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Master Degree in Archaeological Sciences
Geoarchaeological Mapping of the Isonzo Karst (NE Italy): integration of remote sensing, fieldwork, and laboratory analyses

Screenshot
La presente tesi è stata realizzata nell’ambito delle attività relative al Foglio 088 “Gorizia” della Carta Geologica d’Italia (CARG) alla scala 1:50.000. Il foglio è attualmente in fase di realizzazione e sarà prodotto dal Dipartimento di Matematica, Informatica e Geoscienze dell’Università degli Studi di Trieste, in collaborazione con il Servizio Geologico d’Italia dell’ISPRA e il Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova.
La tesi adotta un approccio multidisciplinare finalizzato all’individuazione di nuovi siti archeologici nel Carso isontino, un’area prevalentemente boscata di circa 65 km² situata nell’Italia nord-orientale, tra le città di Monfalcone e Gorizia. Dal punto di vista metodologico, lo studio integra l’utilizzo di modelli digitali del terreno derivati da LiDAR (LiDAR-DTM), immagini satellitari e cartografia storica, al fine di individuare e cartografare le tracce archeologiche presenti nel Carso isontino.
Sono state inoltre condotte ricognizioni sul campo per verificare le anomalie individuate e raccogliere reperti di superficie. In alcuni siti selezionati sono stati prelevati campioni di malta, successivamente caratterizzati mediante diffrattometria a raggi X (XRD), microscopia ottica e microscopia elettronica a scansione (SEM).
Lo studio ha portato all’individuazione di diversi nuovi siti archeologici nel Carso isontino. In primo luogo, è stato identificato un accampamento romano tardoantico di tipo quadriburgium, databile tra il IV e il VI secolo d.C. Le malte campionate presso questo sito romano di nuova individuazione sono malte di calce pozzolanica, contenenti ceramica e sabbie locali come aggregati. L’assenza di cemento Portland consente di escludere un’origine moderna o contemporanea della struttura. In secondo luogo, sono stati identificati due forti militari del XVII secolo, riconducibili alla Guerra di Gradisca (1615–1617). In terzo luogo, sono state individuate strutture in pietra a secco associate a precedenti attività agro-pastorali, tra cui doline recintate, cumuli di spietramento, terrazzamenti agricoli e ovili multicellulari. Sono infine discusse le trasformazioni storiche dell’uso del suolo, attraverso la quantificazione delle aree sfruttate in relazione alla litologia, ai tipi di suolo, alla pendenza e alla quota altimetrica.
Dott.ssa Elena Raimondo
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Corso di Laurea Triennale in Economia
Modello Telepass mare: la soluzione per la congestion charge marittima che diventa opportunità di sviluppo sostenibile per il settore del turismo

Il turismo nautico costituisce per le località costiere una rilevante opportunità di sviluppo, ma la sua crescente intensificazione può determinare una forte pressione sugli ecosistemi marini. Il caso di Ponza rappresenta un esempio concreto di tale problematica in quanto, nei mesi estivi, l’arcipelago è interessato dal fenomeno dell’overtourism: l’elevato afflusso di imbarcazioni provoca uno sovrasfruttamento degli specchi acquei e un graduale deterioramento delle risorse ambientali. In tale contesto, le acque e le aree portuali dell’isola riflettono il concetto di risorsa comune: ogni diportista trae beneficio dal loro utilizzo, mentre l’accumularsi dei comportamenti individuali provoca conseguenze sull’ecosistema, minacciando la sostenibilità complessiva.
La problematica più rilevante è rappresentata dalla pressione diretta, esercitata dai diportisti, sulle praterie di posidonia oceanica: riconosciuta come habitat prioritario di particolare importanza ecologica, svolge un ruolo fondamentale nella stabilizzazione dei fondali, nella protezione dall’erosione costiera, nella produzione di ossigeno e nel mantenimento di habitat e rifugi per numerose specie ittiche. Pertanto, a fronte di tale scenario, l’ancoraggio irregolare delle imbarcazioni, l’inquinamento e i rifiuti prodotti da traffico nautico, compromettono la capacità di rigenerazione della biodiversità marina, rappresentando un chiaro esempio di esternalità negativa.
A fronte di tali criticità, la teoria economica richiede l’adozione di strumenti correttivi capaci di conciliare la fruizione turistica con la conservazione della risorsa. In questo contesto, il Comune di Ponza ha introdotto un ticket ambientale, concepito per internalizzare i costi ambientali associati al turismo nautico. L’obiettivo di questo intervento non si limita all’aspetto fiscale: i proventi sono destinati al finanziamento di attività di monitoraggio,
formazione e sensibilizzazione, con particolare attenzione alla protezione della Posidonia oceanica, alla prevenzione delle catture accidentali di specie protette e al contrasto delle specie aliene invasive.
È in questo contesto che si inserisce il progetto Telepass Mare Ponza, nato da una collaborazione tra Telepass, Evolve, e PA (Comune di Ponza). Il modello nasce dalla volontà di fornire una soluzione concreta al sovraffollamento nautico e alla conseguente pressione sugli ecosistemi marini, coniugando sostenibilità ambientale e innovazione tecnologica. Il ticket costituisce una forma di contributo economico obbligatorio imposto per incentivare la correzione delle esternalità prodotte. Parallelamente, la piattaforma Telepass Mare permette di semplificare il processo di pagamento, rendendolo immediato e tracciabile, e la gestione dei flussi. L'innovazione tecnologica viene pertanto integrata con uno strumento economico e regolatorio finalizzato alla tutela di una risorsa ambientale fragile.
L'analisi evidenzia inoltre la rilevanza economica del modello. Nella stagione 2025 sono stati emessi oltre 1.800 ticket, per circa 180.000 euro di entrate, a fronte di una quota inferiore al 10% del traffico effettivo. L'applicazione a pieno regime del sistema è potenzialmente in grado di generare oltre 1,8 milioni di euro, evidenziando come uno strumento nato per affrontare una criticità ambientale possa contemporaneamente creare risorse da destinare alla tutela del territorio e contribuire alla sostenibilità economica delle politiche ambientali.
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla replicabilità del modello in altre aree marine protette. L'esperienza di Ponza mostra infatti come strumenti economici, regolatori e tecnologici possano essere utilizzati congiuntamente per governare una risorsa comune fragile, ridurre la pressione del turismo nautico e generare risorse per la conservazione degli ecosistemi. In questa prospettiva, la sostenibilità non costituisce un limite allo sviluppo turistico, ma può diventare uno strumento attraverso cui tutelare il patrimonio ambientale e, al tempo stesso, creare valore duraturo per il territorio e per le economie costiere.
Dott.ssa Margherita Imbrogno
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Corso di Laurea Magistrale in Scienze forestali ed ambientali
Analisi dell’ecosistema forestale sul colle Arupacupa (altopiano carsico, GO) dopo l’incendio del 2022

Sul Carso l’incendio transnazionale estivo del 2022 ha coinvolto circa 4.000 ha boscati. I Comuni più colpiti sono stati Miren-Kostanjevica e Doberdò del Lago. Lo studio ha l’obiettivo di analizzare l’ecosistema forestale sul colle Arupacupa (Doberdò del Lago, GO) in seguito al passaggio dell’incendio al fine di ottenere informazioni sulla dinamica vegetazionale. I rilievi a terra sono stati eseguiti nel 2023 e 2024 in cinque aree di saggio permanenti di 200 m2 ciascuna. La selezione delle pseudorepliche si è basata sull’intensità dell’incendio: le aree 1 e 2, riunite in un'unica area A, sono ubicate su terreni percorsi dal fuoco diretto e con alta intensità, nelle aree 3 e 4, riunite nell’area B, il fuoco è passato rapidamente, mentre l’area 5 di controllo, A5, non è stata interessata dall’incendio. Per rendere attendibile il confronto tra la flora preesistente, sita nell’area A5, e quella dopo l’incendio, le aree A e B sono concentrate sullo stesso lato del colle. Sono state considerate tutte le specie arboree, arbustive ed erbacee presenti nei plot al fine di ricavare dati concernenti la ricchezza specifica. La raccolta dati ha consentito inoltre di stimare l’abbondanza relativa rilevando la copertura delle singole specie, stabilendo il grado di omogeneità delle abbondanze e le dominanze.
La vegetazione sul colle si è evoluta conseguentemente alle iniziali utilizzazioni legnose da parte della popolazione e alla successiva conservazione, una volta istituita la ZSC IT3340006. Nell’ambito di studio sono state riscontrate specie chiave per riconoscere il tipo di bosco: nell’area A5 prevalgono Fraxinus ornus, Crataegus monogyna e Ostrya carpinifolia, e nelle aree A e B sono presenti alberi maturi e semenzali di Quercus spp. È stato dedotto, confermando quanto riportato dalle fonti bibliografiche meno recenti, che i tipi forestali che caratterizzano il colle sono l’orno-ostrieto e l’ostrio-querceto con scotano. Questa formazione rispecchia la classica categoria tipologica forestale carsica con risorse scarse e una disponibilità discontinua delle stesse.
Per quanto concerne i risultati, nelle aree A e B prevale la componente erbacea mentre nell’area di controllo quella arborea ed arbustiva che tendono a creare un ambiente più chiuso e meno luminoso. La ricchezza specifica è risultata proporzionale all’intensità dell’incendio: valori maggiori riscontrati nell’area A con un massimo di 55 specie, e valori minori nell’area A5, con 18 specie, mentre l’area B ha assunto una forma intermedia tra le due (31 specie). La componente erbacea dopo l’incendio è prevalente in termini di numero di specie, si è rivelato il contrario per la componente arborea, mentre le specie arbustive risultano molto dinamiche ed aumentano nel tempo. Si evince che vi è una naturale evoluzione che tende ad avvicinarsi alla situazione pre-incendio (A5). La copertura al suolo delle singole specie è cambiata, registrando sia aumenti, come per Brachypodium spp., Clematis flammula, Cotinus coggygria, che diminuzioni, come per Erigeron spp., Euphorbia cyparissias, Rosa arvensis e Rubus ulmifolius. Dopo l’incendio è stata riscontrata la rinnovazione, sia gamica che agamica, di alberi e arbusti autoctoni, come Ostrya carpinifolia, Fraxinus ornus, Quercus cerris, Quercus pubescens, Crataegus monogyna e Prunus mahaleb, e alloctoni, come Ailanthus altissima, Ficus spp. e Phytolacca americana.
Si può assumere che potrebbero sussistere buone possibilità di ottenere il bosco tipico se lasciato a libera evoluzione e si sottolinea l’importanza gestionale delle specie alloctone.
Dott.ssa Silvia Moretti
UNIVERSITÀ DI TRENTO
Corso di Laurea magistrale in Global and Local Studies
Tra conflitto e cooperazione nella gestione di servizi ecosistemici vitali. Un caso studio dall’Arcipelago di Zanzibar

Le foreste tropicali rappresentano in molti paesi una fonte di sostentamento essenziale per le popolazioni locali. Tuttavia, la crescente pressione antropica, la crisi ecologica e il cambiamento climatico contribuiscono all’erosione della biodiversità alla base dei servizi ecosistemici. Le conseguenti iniziative di conservazione, spesso tradotte in restrizione all’accesso alle risorse naturali, possono comportare ingenti costi sociali e conflitti.
A partire dal riconoscimento della natura socio-ecologica di tali conflitti la tesi si propone l’elaborazione di un’analisi policy oriented attraverso un’applicazione sperimentale del Socio-Ecological System (SES) Framework allo studio dei conflitti di conservazione. Applicando il framework come strumento diagnostico al caso della Ngezi-Vumawimbi Forest Reserve, situata sull’isola di Pemba, Tanzania, la ricerca analizza i modelli di interazione conflittuali e cooperativi tra gli attori coinvolti, ricostruendone le origini nelle interazioni tra attributi sociali, giuridici, economici ed ecologici del SES.
La ricerca si basa su un lavoro sul campo condotto nell’autunno 2024, in collaborazione con l’ONG Istituto Oikos. La raccolta dati ha incluso interviste e questionari rivolti a key stakeholders, osservazione diretta, analisi documentale, geospaziale e di dati secondari socioeconomici ed ecologici.
L’analisi ha evidenziato il ruolo di diversi attributi del sistema nell’alimentare conflitti latenti e manifesti nella conservazione della riserva. Una delle principali fonti di tensione è risultata essere la mancanza di una demarcazione fisica chiara e condivisa dei confini della riserva, che genera insicurezza tra gli agricoltori locali e la percezione di un'applicazione arbitraria o discriminatoria delle sanzioni. Sono inoltre emerse tensioni tra le guardie forestali centralizzate e le strutture di gestione comunitaria, nonché la mancanza di meccanismi trasparenti di accountability nel sequestro delle risorse prelevate illegalmente che mina la legittimità delle autorità agli occhi della popolazione. Sul piano cooperativo, il forte bonding social capital interno alle comunità agisce spesso come barriera contro le guardie forestali, percepite come attori esterni. Al contrario, la costruzione di relazioni di fiducia tra guardie e cittadini (bridging social capital) è il principale catalizzatore di cooperazione e mutua assistenza nella protezione della foresta.
L’ultimo capitolo tratta l’applicazione sperimentale del SES framework come strumento di analisi prognostica dei possibili impatti sulle dinamiche conflittuali e cooperative di due driver di cambiamento: l’attuazione del progetto di conservazione di Istituto Oikos, incentrato sull’agroforestazione e il rafforzamento dei Village Conservation Committees; e l’imminente costruzione di un resort di lusso all’interno della riserva. Nel primo caso lo studio avverte del rischio di nuove asimmetrie di potere in assenza di una riforma della governance che includa i valori culturali locali e nuovi meccanismi di accountability. Nel secondo, si evidenzia il paradosso tra la restrizione dei diritti di accesso per i locali e la concessione di ampie aree protette a investitori stranieri, fattore che potrebbe esacerbare i conflitti per la terra e le risorse idriche.
La tesi propone infine raccomandazioni pratiche volte a valorizzare il potenziale del SES nello sviluppo di dinamiche cooperative e nella prevenzione e trasformazione di conflitti: l’implementazione di meccanismi formali di risoluzione dei reclami per mediare tra guardie forestali e comunità; la demarcazione partecipativa dei confini; e il riconoscimento dei servizi ecosistemici anche in termini culturali e spirituali. Nel complesso, il lavoro evidenzia il potenziale del SES framework come strumento capace di supportare decisioni informate e adattive nella gestione della biodiversità e l’implementazione di innovazioni contestualizzate nella prevenzione e gestione dei conflitti di conservazione.
Dott.ssa Lisa Clapiz
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRIESTE
Corso di Laurea triennale in Scienze e Tecnologie biologiche
Aspetti immunologici della malattia di Lyme: risposta immunitaria dell’ospite e strategie di evasione di Borrelia Burgdorferi

Il presente lavoro di tesi analizza gli aspetti immunologici della malattia di Lyme, la principale zoonosi trasmessa da vettori (zecche appartenenti al complesso Ixodes ricinus in Europa) nell'emisfero settentrionale. L'interesse per l'approfondimento di questa patologia, epidemiologicamente rilevante nel territorio del Friuli-Venezia Giulia, nasce dall'esperienza di tirocinio svolta presso l'azienda sanitaria Coram di Udine, che ha permesso di osservare da vicino le più recenti tecnologie per la diagnosi di laboratorio. La trattazione focalizza l'attenzione sulla complessa interazione tra la risposta immunitaria dell'ospite vertebrato e l'agente eziologico, la spirocheta Borrelia burgdorferi sensu lato, evidenziando come tale dinamica determini un quadro clinico eterogeneo che varia dall'eritema migrante precoce a manifestazioni tardive di tipo neuroborreliotico, cardiaco e articolare.
Nella prima parte del lavoro vengono esaminati i principali meccanismi molecolari di evasione del sistema immunitario attuati dal patogeno. La capacità di Borrelia di persistere nei tessuti risiede nella modulazione dell'espressione delle sue lipoproteine di superficie (come OspA e OspC) durante il passaggio dal vettore all'ospite. In particolare, il batterio esprime proteine di superficie (CRASP) in grado di reclutare il Fattore H plasmatico, inibendo la cascata del complemento e bloccando la formazione del complesso di attacco alla membrana (MAC). A ciò si aggiunge il fondamentale meccanismo della variazione antigenica a carico della proteina VlsE, guidato da eventi di ricombinazione genica non reciproca che vanificano l'azione neutralizzante degli anticorpi specifici prodotti dall'immunità adattativa.
Successivamente, la tesi approfondisce la risposta immunitaria dell'ospite, evidenziando come la patogenesi sia largamente guidata da una risposta infiammatoria sregolata. Il riconoscimento del batterio avviene tramite recettori dell'immunità innata (Pattern Recognition Receptors, in particolare l'eterodimero TLR2/TLR1), che innescano la produzione di citochine pro-infiammatorie (IL-6, TNF-α, IL-1β) da parte di macrofagi e cellule dendritiche. Disseminando per via ematica, la spirocheta colonizza i distretti linfonodali e in particolare i centri germinativi; la presenza del batterio in queste sedi altera la fisiologica maturazione delle cellule B, determinando una risposta umorale che, pur quantitativamente elevata, risulta qualitativamente inefficace e incapace di conferire una memoria immunitaria protettiva a lungo termine.
Infine, la tesi affronta le ricadute di tali dinamiche in ambito clinico e preventivo. La lentezza della risposta umorale e i meccanismi evasivi del batterio limitano la sensibilità dei classici test sierologici a due livelli (ELISA e Western Blot) nelle fasi precoci. Ciò spinge verso l'adozione di saggi di rilascio dell'interferone-gamma, come la tecnologia QuantiFERON-Lyme osservata in ambito di tirocinio, che valuta la risposta cellulo-mediata dei linfociti T stimolati da antigeni specifici di Borrelia. In ambito preventivo, la spiccata variabilità antigenica continua a rappresentare la principale sfida per lo sviluppo di vaccini efficaci, rendendo la comprensione delle interazioni immunologiche il presupposto fondamentale per il progresso diagnostico e terapeutico.
Dott. Leonardo Mosca
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Corso di Laurea Magistrale in Scienze forestali e ambientali
Implementazione e modellazione idraulica di interventi di riqualificazione fluviale lungo il fiume Adige

La mitigazione del rischio idraulico e il ripristino delle dinamiche morfologiche rappresentano sfide centrali nella moderna gestione dei corsi d'acqua. Il presente lavoro di tesi si prefigge l'obiettivo di analizzare l'attuale risposta idraulica di un tratto del Fiume Adige e quella a seguito di ipotetici interventi di riqualificazione morfologica. L'analisi è stata condotta mediante la modellazione idrodinamica bidimensionale (HEC-RAS), confrontando lo stato di fatto con due differenti scenari progettuali. Il modello è stato validato sulle condizioni attuali e successivamente impiegato per simulare scenari di piena a diversi tempi di ritorno (Tr). L'analisi dei risultati del modello si è concentrata sull'evoluzione di parametri idraulici chiave, quali il tirante idrico, la velocità della corrente e lo sforzo tangenziale al fondo (Shear stress). Elemento qualificante dello studio è la stima della risposta del sistema a medio termine, ottenuta proiettando l'evoluzione dell'assetto vegetazionale, e dei relativi n di Manning, a 10 anni dalla realizzazione delle opere. Il confronto tra gli scenari ha consentito di quantificare l'efficacia mitigativa degli interventi proposti, fornendo uno strumento utile a supporto delle direttive di pianificazione territoriale. L'analisi ha evidenziato come la riattivazione della connettività golenale, tramite la modellazione di canali secondari e lanche, induca un netto miglioramento delle condizioni di deflusso. Nello specifico, la ridistribuzione dei volumi d'acqua all'interno delle nuove aree di espansione ha permesso di abbattere in modo sistematico i picchi di velocità e, conseguentemente, di ridurre in modo significativo gli sforzi tangenziali (Shear stress) sul fondo dell'alveo principale. Il presente studio fornisce, quindi, una dimostrazione di come la mitigazione del rischio idraulico e il ripristino ecologico non siano obiettivi contrastanti, ma possano coesistere efficacemente all'interno di una gestione fluviale integrata.
Dott.ssa Tiziana Cremesini
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI TRIESTE
Corso di Laurea triennale in Scienze e Tecnologie per l'ambiente e la natura
Il raccoglitore solitario: esplorazione di comportamenti analoghi ai tratti dello spettro autistico in specie non umane
I comportamenti tipici del disturbo dello spettro autistico sono mai stati osservati in specie diverse da quella umana? E se le neurodivergenze sono riscontrabili anche in specie di animali non umani, quali possono essere gli effetti nelle interazioni interspecifiche e intraspecifiche, e le conseguenti ricadute nell’ecosistema? Nel tentativo di dare risposta a queste domande e offrire, al tempo stesso, un approccio innovativo alla considerazione del disturbo dello spettro autistico, è stata condotta un’analisi delle evidenze comportamentali, neurologiche e neurochimiche, portando in evidenza le possibili caratteristiche comuni tra individui autistici e specie animali solitarie. Tale prospettiva trova parallelismi significativi con l’ipotesi del raccoglitore solitario, che inquadra l’autismo in termini evolutivi: questo modello riformula l’autismo come una variante naturale dello spettro sociale, che potrebbe essere stata benefica in determinati contesti ecologici. Queste considerazioni assumono un’importanza che va oltre la sola specie umana e la neurodiversità, estendendosi alla tutela della biodiversità in senso più ampio. Il cambiamento globale indotto dall’essere umano rappresenta una grave minaccia per la diversità ecologica, e si prevede che le specie solitarie siano più vulnerabili rispetto alle specie sociali. Comprenderne il sistema sociale, ci consente di prevedere come le diverse specie risponderanno ai cambiamenti globali, e quali siano i limiti delle potenziali risposte.
Dott. Cristian Cirelli
UNIVERSITÀ DI PARMA
Corso di Laurea Magistrale in International Business and Development
Aligning growth and sustainability: policy coherence in ethiopian agro-industrial and environmental strategies

The following thesis aims to discuss the topic of policy coherence between agroindustrial and environmental policies in Ethiopia.
Policy coherence refers to the degree of alignment, synergy and coordination between different public policies, ensuring that progress in one sector does not come at the expense of another, and that all policies contribute consistently towards sustainable development. In Ethiopia, which we will see to be a major agricultural economy, agro-industrial and environmental policies are essential in the economic progress of the country. This work wants to analyse the state of intersectoral linkages between environmental safeguard and agro-industrial development promotion in Ethiopia, a developing country challenged with climate change risks, economic difficulties and inefficient governance.
Agro-industrial policies aim to foster the growth of the agri-food sector through industrialisation, modernisation of value chains and attraction of foreign and domestic investments. On the other hand, environmental policies seek to promote the sustainable use of natural resources, the protection of ecosystems and the mitigation of climate change impacts.
The first chapter will present the geographical and historical context of Ethiopia. Deepening the history of the “Land of Origins” is useful to better understand the preconditions that shaped the current political, institutional and economic structure of the country, from its ancient roots to the events of the Second World War. A historical lens provides us with the correct perspective to grasp the path dependency that still affects policymaking in contemporary Ethiopia.
The second chapter will provide a historical analysis of the post-WWII period from an economic perspective. The chapter will explore the evolution of economic policy and governance across three key periods: the Imperial Regime, the Derg Regime, and the Ethiopian People Revolutionarily Democratic Front Regime. By analysing the main policy trends, economic reform attempts and structural transformations of the Ethiopian economy during the last century, this chapter will offer crucial background to understand the economic progress and weaknesses Ethiopia is facing altogether in respect to the country’s policy framework.
The third and final chapter focuses on the core aspect of this thesis: the policy gaps and misalignments between agro-industrial and environmental policies. As environmental sustainability becomes increasingly central to both economic and business decisions, it has become crucially important to foster a green business environment capable of enabling sustainable economic development in the country. Industrial activities, if not properly regulated and aligned with environmental goals, can significantly harm natural ecosystems and jeopardise long-term development prospects in the perspective of the United Nations 2030 Agenda, indicating 17 Sustainable Development Goals to achieve by 2030.
This chapter has the objective to study the economic, environmental and social impacts of policy misalignments in Ethiopia, particularly in agro-industrial realities, namely Ethiopian industrial parks and Integrated Agro-Industrial Parks. The analysis will investigate how bidirectional objectives or the absence of coordination between industrial and environmental strategies can negatively affect the already complicated state of a developing country, namely environmental degradation, social displacement or economic inefficiencies. At the same time, the chapter also shows how improving policy coherence could enhance a more sustainable path of growth.
Finally, through the analysis of the state of agro-industrial and environmental policy coherence in Ethiopia, it will be possible to define whether such strategies are perfectly aligned and apt to intersectoral cooperation aiming to sustainable economic development and industrialisation, or if policies are observed to be conflicting, negatively affecting the Ethiopian economy, if not proactively enhancing economic difficulties. The study will be conducted through a multimethod approach, consisting of literature review, analyses of micro- and macroeconomic, financial and environmental data, as well as qualitative policy research and legal analysis.
Dott.ssa Ilaria Mosele
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI VERONA
Corso di Laurea Triennale in Economia Aziendale e Management
Lo slow tourism agroalimentare: potenzialità di sviluppo nella regione Veneto

Contesto e obiettivi. L’elaborato, intitolato “Lo slow tourism agroalimentare: potenzialità di sviluppo nella regione Veneto”, si propone di analizzare il quadro politico, economico e sociale del settore agroalimentare e agrituristico italiano e, più nello specifico, di quello veneto.
Quadro teorico. A seguito di una breve introduzione sul fenomeno del turismo lento, attualmente in forte espansione, i primi dati analizzati dimostrano l’unicità e il valore di suddetto patrimonio (e.g. Rapporto Agroalimentare ISMEA 2025; primato mondiale nelle Indicazioni Geografiche; Rapporto ISMEA Agriturismo e multifunzionalità 2026), nonché l’impegno delle istituzioni a livello finanziario e legislativo (e.g. Intervento SRD03 (PSP 2023-2027); Legge n. 24 “Disposizioni per la promozione e la valorizzazione dei Cammini d’Italia”).
Metodologia e caso studio. L’indagine si basa su un’ampia revisione della letteratura: a partire dalla definizione originale di ‘distretto’ di A. Marshall e G. Becattini, passando per una serie di paper risultati da studi canadesi ad opera di diversi studiosi, tra i quali vengono citati maggiormente A. Lee e G. Wall., incentrati sul funzionamento dei food cluster e sulla predisposizione degli stessi allo sviluppo di una meta turistica sostenibile. Inoltre, si definisce la centralità del ruolo delle Indicazioni Geografiche e dei Consorzi di tutela: per tale ragione, sul piano empirico si è scelto come caso studio il Consorzio di Tutela dell’Asparago Bianco e Verde IGP di Badoere. Si è optato per un’analisi qualitativa con raccolta di fonti primarie in prima persona, mediante la metodologia dell’osservazione partecipante e delle interviste semi-strutturate: esse sono state svolte in occasione di un convegno dal titolo “Programmare per coltivare il futuro” – tenutosi durante i giorni della Mostra dell’Asparago di Badoere IGP, certificata «Sagra di Qualità» dall’UNPLI – e i protagonisti sono stati due esponenti dell’organizzazione e il presidente dell’ente regionale Veneto Agricoltura. Inoltre, nella medesima occasione, sono stati sostenuti diversi colloqui informali con i presenti e con i volontari della Pro Loco promotrice dell'evento.
Dunque, si elencano di seguito le domande di ricerca:
- Le caratteristiche distrettuali argomentate da Marshall e Becattini si riscontrano ancora nel ventunesimo secolo? In quale misura?
- Il Consorzio dell’Asparago di Badoere I.G.P. riflette gli elementi chiave del modello di distretto alimentare di successo proposto da Lee e Wall?
- Il Consorzio dell’Asparago di Badoere I.G.P. presenta le condizioni strategiche ed ecosistemiche per sviluppare un valido modello sostenibile di turismo lento enogastronomico?
Risultati. Le conclusioni cui si è giunti si ritengono nel complesso soddisfacenti: il modello distrettuale marshalliano è ancora più che valido, soprattutto in relazione alla legge della domanda e dell’offerta. Inoltre, grazie all’espansione modello ideato dai canadesi, si è potuto identificare i facilitatori applicabili al caso studio:
- Environmentally friendly strategy: miglioramento genetico per ovviare all’abuso di agrofarmaci fitosanitari; tecniche irrigue e contadine già brevettate o in fase di collaudo; automazione applicata al settore agricolo (Po di Tramontana);
- Leadership: ruolo del Consorzio e delle Pro Loco;
- Stakeholder collaboration: diverse fonti sussidiarie (bandi regionali e della Camera di Commercio, banca locale, amministrazioni comunali, Pro Loco); difficoltà a coordinare i produttori;
- Communication and information flows: necessità di pubblicizzare marchio ed eventi (gestione della stagionalità).
In seguito, si è ritenuto utile ampliare lo schema predisposto, inserendo una sezione dedicata ai limiti del Consorzio analizzato, in modo tale da sviluppare un piano, perlomeno teorico, delle possibilità di sviluppo e delle difficoltà da superare, al fine di poterle esprimere a pieno: esse riguardano principalmente la tendenza ad una mentalità individualista di una buona parte degli operatori del settore; la gestione della stagionalità ridotta dell’asparago, in direzione di una tecnica di ‘shoulder season’ a sfondo educativo e turistico; la necessità di incentivare il complesso ricambio generazionale, innalzando l’immagine del produttore agricolo e del comparto nel complesso. Infine, si è analizzata la governance del caso studio, in virtù delle sfide del diamante di Porter:
- Factor conditions: riserve naturali protette, siti UNESCO e complessi architettonici di spessore, certificazioni di qualità;
- Demand conditions: mercato turistico ampio, a tratti non ancora sufficientemente consapevole della qualità e delle possibilità;
- Market structure: istituzioni presenti ma potenzialmente più collaborative, branding e marketing basici e antiquati;
- Related and supporting industries: imprese e servizi differenziati ben avviati ma con alto potenziale di sviluppo ulteriore.
Implicazioni pratiche. Per concludere, è emerso che l’approccio nella strategia di sviluppo rurale è di tipo ‘bottom-up’, il quale identifica la spinta vitale nella volontà della comunità di valorizzare il patrimonio locale, utilizzando la IG come chiave strategica per l’integrazione con la rete di servizi. A livello pratico, si raccomandano investimenti in agricoltura 4.0 e tecniche agronomiche avanguardistiche; pianificazione in linea con i cambiamenti climatici; branding territoriale creativo; marketing anche mediante piattaforme social. Si ritiene fondamentale ammettere alcuni limiti della ricerca effettuata, i quali riguardano la metodologia, per la maggior parte basata su percezioni soggettive non generalizzabili inequivocabilmente, e l’estensione del caso specifico al modello di cluster italiano in generale, la quale può risultare a tratti forzata e sommaria.
Dott. Davide Pedrali
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO
PhD course in Environmental Sciences
Characterization and valorisation of mountain plant genetic resources

Nowadays, there has been a significant global loss of agrobiodiversity. Plant agrobiodiversity encompasses wild relatives, landraces, and modern cultivars of agricultural and food interest. Landraces, in particular, are traditional, locally adapted crop varieties that can hold value in terms of agronomic traits, phytochemical-nutritional profiles, and resilience to climate change. Many exhibit unique nutritional and phytochemical characteristics, especially secondary metabolites, antioxidants, and micronutrients, making them relevant for crop improvement, functional food development, and human health. However, only a limited number are currently studied and conserved either in situ (on-farm) or ex situ (in germplasm banks), leaving many at risk of genetic erosion.
The research presented in this thesis focused on the scientific characterization and valorization of four plant genetic resources: the “Copafam” bean, “Carciofo di Malegno” and “Grano Siberiano Valtellinese” landraces, and Italian saffron.
The “Copafam” bean (Phaseolus coccineus L.), a traditional landrace from the Brescia Pre-Alps, was characterized by high dietary fiber, phenolic content, strong antioxidant activity, and low levels of antinutritional factors, confirming its potential as a functional food ingredient. Its cooking water proved to be a source of proteins and phenolics, while bean pods, typically discarded after seed harvest, were transformed through high hydrostatic pressure (HHP) combined with enzymatic hydrolysis, promoting the release of soluble fiber, prebiotic oligosaccharides, and phenolic compounds.These results support sustainable valorization pathways for mountain agrobiodiversity.
The “Carciofo di Malegno” was morphologically different from commercial cultivars and belonged to the “spinosi” group. Phytochemical characterization revealed appreciable levels of chlorogenic acid, cynarine, luteolin, and apigenin, including in stems and outer bracts usually discarded as waste. Ecological niche modelling predicted an upward altitudinal shift in cultivation suitability under future climate scenarios, with implications for in situ conservation. The landrace was also submitted for inclusion in the Italian National Register of Agrobiodiversity, supporting its legal recognition and protection.
The “Grano Siberiano Valtellinese” showed a distinctive nutritional and phytochemical profile, with high protein, fiber, and quercetin content. Valorization of its by-product, straw, demonstrated that HHP combined with enzymatic hydrolysis enhanced the release of soluble fibers and bound phenolic acids, improving antioxidant activity and highlighting its potential as a source of value-added ingredients in circular economy models.
Italian saffron quality analysis confirmed an overall excellent quality according to ISO 3632 classification. NIR spectroscopy combined with chemometric models proved effective in predicting quality parameters, offering a sustainable monitoring tool. Ecological niche modelling projected a future upward shift of suitable cultivation areas, indicating that saffron will increasingly become a crop of mountain regions.
Overall, these results highlight how scientific characterization, conservation approaches, and participatory valorization strategies can transform underutilized landraces and crops into key drivers for sustainable rural development, functional food innovation, and the long-term conservation of mountain agrobiodiversity.
Dott.ssa Alice Faggiani
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI VERONA
Corso di Laurea magistrale in Management delle attività sportive innovative e sostenibili
Le pratiche di circolarità applicate dai circoli velici del lago di Garda

La crescente attenzione verso la sostenibilità ha favorito la diffusione dell’economia circolare, un modello volto a ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti attraverso strategie di prevenzione, manutenzione, condivisione, riuso, riparazione e riciclo. Sebbene tali principi siano sempre più applicati in diversi settori, il loro utilizzo nelle organizzazioni sportive e, in particolare, nei circoli velici risulta ancora poco approfondito.
La presente ricerca esamina le modalità con cui i circoli velici interpretano e applicano i principi dell’economia circolare, con l’obiettivo di individuare le pratiche adottate e le principali difficoltà che ne condizionano l’attuazione. È stato utilizzato un approccio qualitativo ed esplorativo, basato su dieci interviste semi-strutturate realizzate presso sette circoli velici del Lago di Garda. I dati raccolti sono stati analizzati attraverso il metodo Gioia e una comparazione tra i diversi casi.
L’analisi ha permesso di individuare 23 temi di secondo ordine, ricondotti a tre dimensioni aggregate: riduzione dell’impatto, circolarità delle attrezzature nautiche e condivisione e cultura d’uso collettivo. I risultati mostrano che nei circoli sono già presenti numerose pratiche coerenti con l’economia circolare, tra cui la gestione differenziata dei rifiuti, la riduzione dei consumi, la riparazione e il riutilizzo delle attrezzature, la redistribuzione dei materiali, la condivisione di spazi e strumenti e la formazione dei giovani alla loro cura. Queste pratiche risultano tuttavia spesso informali e non inserite in una strategia complessiva. La loro applicazione è inoltre condizionata da ostacoli economici, organizzativi, culturali, tecnologici e burocratici.
Lo studio evidenzia quindi il potenziale dei circoli velici come comunità capaci di prolungare la vita utile delle risorse e diffondere comportamenti più responsabili, sottolineando al contempo la necessità di rendere le iniziative esistenti più sistematiche, coordinate e misurabili.
Dott. Stefano Dalle Fratte
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Laurea Magistrale in Geologia Ambientale e Dinamica della Terra
Precipitazioni e colate di detrito presso il sito da colate di detrito del rio Acquabona (BL, Italia)

Le colate detritiche, o debris-flows, sono fenomeni franosi ad alto rischio idrogeologico che si verificano in molte zone di montagna. La loro scarsa prevedibilità e la loro capacità di trasportare elevati volumi di materiale solido in forma granulare, in breve tempo, li rendono molto pericolosi per l'uomo.
Questo elaborato si inserisce all'interno di un progetto di ricerca più ampio, condotto dall'Università di Padova, che ha come scopo l'indagine dei fenomeni che provocano l'innesco e la propagazione di colate di detriti nel rio Acquabona (Cortina d'Ampezzo, BL). L'obiettivo di questo lavoro è la progettazione di un efficace sistema di monitoraggio, ad elevata ottimizzazione delle risorse economiche disponibili, che permetta, in definitiva, a parità di risorse, il monitoraggio e la gestione di più ampie porzioni di territorio.
Dopo una parte introduttiva che descrive il sito di studio e le caratteristiche fisiche delle colate, vengono illustrati l'installazione e l'utilizzo sul campo di una telecamera commerciale, una fototrappola montata su un braccio metallico ruotante, alimentata a energia solare e dotata di sensori di movimento PIR. Il dispositivo ha permesso di rilevare e registrare il transito di alcune colate detritiche nel periodo di osservazione estivo del 2026 e può essere ritenuto una valida alternativa ai tradizionali e onerosi sistemi di monitoraggio.
L'attività di campo ha, inoltre, previsto l'installazione di tre pluviometri per il monitoraggio delle precipitazioni all'interno del bacino del rio Acquabona (stazione di Valle, Intermedia e di Monte). Dalle analisi svolte emerge che gli eventi di precipitazione nell'area delle Dolomiti Bellunesi sono di carattere locale. I dati dei pluviometri di Acquabona evidenziano che le piogge cadute nella stazione di valle differiscono da quelle della stazione di monte, risultata la più significativa per il rilevamento delle colate. Dal confronto con le stazioni ARPAV emerge che queste si discostano ulteriormente da quelle del bacino, confermando l'importanza di un monitoraggio idrologico in situ.
Successivamente è stata effettuata l'analisi dei dati di vento registrati dalle stazioni ARPAV di Cortina, Faloria e Villanova (2015–2026) per osservare eventuali correlazioni con gli eventi di colata. Durante le piogge senza innesco il vento mantiene la direzione prevalente di valle o di versante; al contrario, in occasione dell'evento di colata del 05/08/2022, il vento ha mostrato direzione variabile e marcati picchi di velocità.
In conclusione, il lavoro dimostra che l'impiego combinato di una telecamera e di una rete pluviometrica locale rappresenta una soluzione efficace per la gestione del territorio soggetto a colate. Ad Acquabona i fenomeni sono innescati da piogge brevi (< 1 h) e intense (20–40 mm/h). L'acquisizione di dati da stazioni collocate nella corretta posizione consente di attivare tempestivamente le procedure di protezione civile, contenendo il numero dei falsi allarmi.
Dott. Francesco Saverio Rosiello
POLITECNICO DI BARI
Laurea Triennale in Ingegneria Gestionale
Sviluppo di un modello di previsione dei ricavi dai crediti di carbonio derivanti dalla produzione di idrogeno verde

1. Inquadramento, motivazioni e scenario normativo
Il raggiungimento della neutralità climatica al 2050 (obiettivi Net Zero definiti dall’Accordo di Parigi) richiede una profonda riconversione dei sistemi produttivi ed energetici industriali.
Per rispondere alla regolamentazione climatica e alle crescenti istanze ESG (Environmental, Social and Governance), le imprese si trovano di fronte a un bivio strategico e gestionale: fare ricorso alla compensazione finanziaria mediante l'acquisto di crediti di carbonio sul mercato volontario (Voluntary Carbon Market - VCM) oppure investire nella riconversione strutturale dei cicli di fabbrica per abbattere le emissioni dirette (Scope 1) alla fonte.
Nonostante la crescente espansione del VCM, il mercato sconta un'elevata opacità, scarsa liquidità e forte frammentazione nei prezzi di scambio OTC (Over-The-Counter); al contempo, la sola compensazione non estingue la pressione inquinante sugli ecosistemi locali, rendendo imprescindibile la transizione verso vettori puliti a impatto zero, tra cui l'idrogeno verde.
2. Obiettivi del lavoro e collaborazione con NTT DATA Italia
Il presente lavoro di tesi è stato interamente sviluppato in collaborazione e sotto la supervisione di NTT DATA Italia (tra i principali player globali nella consulenza direzionale e nei servizi IT). La sinergia aziendale ha permesso di perseguire un duplice obiettivo gestionale e ambientale:
- Modellazione predittiva dei mercati del carbonio: ideazione, formalizzazione e collaudo di due modelli matematici per la stima dei ricavi transazionali e di intermediazione B2B derivanti dal ritiro di crediti per un'apposita piattaforma di intermediazione di NTT DATA: un modello market-based (approccio top-down tarato sulla ripartizione emissiva globale) e un modello spend-based (approccio bottom-up basato sulla propensione di spesa in rapporto al fatturato e all'adozione di anchor companies).
- Fattibilità tecnica e bilancio energetico-ambientale dell'idrogeno verde: dimensionamento analitico e verifica operativa di una soluzione di decarbonizzazione on-site volta all'eliminazione delle emissioni dirette nei processi termici industriali.
3. Analisi empirica, validazione e caso studio
I modelli predittivi sono stati testati su un campione reale di venti grandi aziende raggruppate in sei comparti (automotive, FMCG, retail, pharma, heavy industry, logistics).
La validazione empirica sul caso studio di Volkswagen Group (sui dati certificati di rendicontazione 2024) ha dimostrato la netta superiorità predittiva dell'approccio spend-based, il quale ha evidenziato uno scostamento minimo (-2,04%) rispetto ai ritiri reali di crediti nel medesimo anno di analisi (5,95 milioni contro 6,08 milioni effettivi), a fronte del fallimento dell'approccio market-based (-28,42%).
La sezione applicativa ha poi analizzato l'impianto industriale di Volkswagen a Września (Polonia).
Sfruttando le serie storiche orarie di irraggiamento solare della banca dati PVGIS-SARAH3, è stata simulata l'integrazione di un elettrolizzatore da 90 kW alimentato da un impianto fotovoltaico dedicato di 550 kWp (932 moduli monocristallini), pari ad appena il 3,01% dell'infrastruttura solare complessiva presente sul sito (18,3 MWp). L'idrogeno prodotto va ad alimentare, in sostituzione diretta al gas naturale fossile, un bruciatore industriale da 1,5 MW.
4. Risultati e valore per la tutela ambientale
L'analisi oraria condotta sui dodici mesi ha evidenziato che l'elettrolizzatore genera annualmente 4.091 kg di idrogeno verde, garantendo una continuità operativa estesa fino a 10 ore giornaliere nei mesi primaverili ed estivi e sfruttando l'eccedenza fotovoltaica per gli autoconsumi ausiliari (Scope 2). Tale conversione determina l'abbattimento diretto di 27,82 tonnellate/anno di CO₂ (Scope 1), a cui si sommano ulteriori 135,56 t CO₂/anno evitate (Scope 2) grazie all'autoproduzione solare rispetto al prelievo dalla rete elettrica.
L'elaborato dimostra in termini tecnico-gestionali che, sebbene il risparmio monetario immediato da mancato acquisto di certificati VCM sia circoscritto (circa 3.267 €/anno), la decarbonizzazione strutturale mediante idrogeno verde rappresenta la via più efficace per svincolare il tessuto industriale dall'incertezza dei mercati finanziari, azzerando in modo permanente l'impatto ecologico sui territori e tutelando la qualità dell'aria e della biosfera.
Dott.ssa Sofia Querin
UNIVERSITÀ DI TRENTO
Corso di Laurea Magistrale in Giurisprudenza
La proiezione processuale dell’ambiente nel prisma della legittimazione al ricorso
La tesi indaga la possibilità di tutela giurisdizionale dell’ambiente come bene diffuso, adespota e a fruizione collettiva (quali sono la salubrità dell’aria, la conservazione del paesaggio, la tutela delle acque) nel processo amministrativo italiano. L’interrogativo è se le condizioni dell’azione, tradizionalmente costruite attorno alla titolarità di una posizione giuridica qualificata e differenziata, siano adeguate a garantire l’accesso alla giustizia ambientale, o se la natura adespota di tale bene imponga un ripensamento, per via interpretativa o legislativa. Il contenzioso climatico, forma più acuta e sistemica del problema degli interessi diffusi, ne costituisce il banco di prova privilegiato.
Il primo capitolo ricostruisce le condizioni dell’azione nel processo amministrativo, seguendo la prospettiva evolutiva dell’istituto. Dal quadro emerge un sistema che, pur ancorato alla concezione soggettivistica della tutela, ha elaborato una pluralità di aperture per gli interessi superindividuali: il ruolo delle associazioni ambientaliste come enti esponenziali di interessi collettivi, il criterio della vicinanza spaziale (vicinitas) come fattore di differenziazione territoriale dell’interesse al ricorso e le azioni a legittimazione allargata. Ne risulta un “caleidoscopio di posizioni legittimanti” che rivela tanto l’elasticità del sistema quanto i suoi limiti strutturali di fronte a un bene che non appartiene a nessuno.
Il secondo capitolo affronta il quadro sovranazionale: l’Accordo di Parigi, la Convenzione di Aarhus, che pone le basi procedurali per l’accesso alla giustizia in materia ambientale, e la giurisprudenza climatica europea (Urgenda, Neubauer, KlimaSeniorinnen). I tre casi, pur divergendo negli strumenti processuali adottati per riconoscere la legittimazione alle associazioni e ai singoli, convergono nell’affermare l’obbligo climatico degli Stati, aggirando o reinterpretando le condizioni tradizionali dell’azione. L’ordinamento italiano, non disponendo di analoghi strumenti normativi, risulta strutturalmente impreparato a raccogliere questo insegnamento.
Il terzo capitolo applica tali coordinate all’Italia, attraverso l’analisi del caso Giudizio Universale, prima lite climatica nazionale, e del riformato art. 9 Cost., che ora tutela espressamente l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi e introduce l’interesse delle generazioni future come parametro di legittimità costituzionale. La via civile si rivela inadeguata rispetto a un danno diffuso, intergenerazionale e sistemico come quello climatico. La via amministrativa, indicata dal Tribunale di Roma per le questioni relative al Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), è strutturalmente più idonea: il sindacato del giudice sugli atti di pianificazione climatica, nella forma estrinseca della manifesta irragionevolezza, permette di contestare la legittimità delle misure senza invadere la discrezionalità politica. Permane tuttavia il paradosso: il foro più adatto agli interessi ambientali diffusi dispone di categorie processuali tradizionali ancora insufficienti.
Le conclusioni individuano tre direttrici de iure condendo: l’adozione di una legge quadro sul clima, la definizione di criteri oggettivi per la legittimazione allargata delle associazioni ambientaliste sul modello elaborato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo in KlimaSeniorinnen e il consolidamento del sindacato amministrativo sul PNIEC come obbligazione procedurale. Senza interventi legislativi, la tutela dell’ambiente resta affidata alla variabilità delle soluzioni giurisprudenziali anziché alla stabilità della legge. All’urgenza della crisi climatica deve corrispondere un’urgenza legislativa.
Dott.ssa Marta Suatoni
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Corso di laurea Triennale in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani
Environmental peacebuilding: costruire la pace in un clima che cambia. Il caso dei progetti in Israele e Palestina
Il potenziale ruolo dell’ambiente, delle risorse naturali o del cambiamento climatico nell’influenzare le dinamiche del conflitto violento è oggetto di grande attenzione sia nell’arena politica internazionale sia in ambito accademico. Dalla reazione alla percepita unidirezionalità e all'eccessivo determinismo di questi dibattiti, incentrati su abbondanza/scarsità di risorse e sul clima come moltiplicatore di rischio di conflitto violento (in un circolo vizioso di vulnerabilità), emerge l'environmental peacebuilding. Esso parte dal presupposto che la gestione comune delle sfide ambientali e delle risorse naturali possa favorire la cooperazione tra gruppi, promuovendo la costruzione della pace sia negativa sia positiva. L’obiettivo principale di questa tesi è esaminarne la teoria e la pratica per individuare i concetti fondanti, i meccanismi, le condizioni applicative, i limiti e la capacità concreta di realizzare benefici per la pace e l'ambiente. Dopo aver analizzato la letteratura sul nesso tra risorse, clima e conflitto, si esaminano lo sviluppo del campo di ricerca dell’environmental peacebuilding e l’emersione di un framework teorico sistematico, analizzando inoltre le evidenze empiriche riguardo agli impatti concreti sulla situazione ambientale e sulla pace. Particolare attenzione è dedicata a limiti e ai “lati oscuri” della disciplina, quali l'integrazione del cambiamento climatico e il rischio di depoliticizzazione: la preferenza per soluzioni tecnocratiche su temi di low politics rischia infatti di oscurare le asimmetrie di potere e le cause profonde dei conflitti. Infine, per indagarne l’applicazione pratica in termini di metodologia, esiti, e limiti, viene analizzato l’operato dell’ONG EcoPeace Middle East tra Palestina, Giordania e Israele, focalizzandosi sul progetto Good Water Neighbors. Esso è incentrato sull’acqua, considerata per la sua natura interdipendente come risorsa non solo di conflitto ma anche di dialogo. Mira allo stesso tempo, tramite iniziative educative, concrete, e di contatto transfrontaliero (ad esempio campi estivi congiunti), a migliorare le condizioni ambientali e promuovere rapporti fiducia e riconoscimento tra comunità in conflitto. Nel complesso, tramite questa analisi si intende indagare se l’environmental peacebuilding abbia la potenzialità di promuovere tramite interventi di cooperazione ambientale in aree di conflitto sia il miglioramento ambientale e l’azione climatica, sia il dialogo e la pace. L’approccio, pur non essendo una panacea e nei limiti delle sue criticità, emerge come una strategia utile per affrontare l’interazione tra la crisi climatica e il conflitto, che può produrre un reale contributo verso un rapporto sostenibile con l’ambiente e la costruzione di forme locali di pace negativa e positiva.
Dott.ssa Annamaria Petrarca
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI UDINE
Corso di Laurea Magistrale in Scienze e Tecnologie sostenibili per l’ambiente
L’entomofauna associata alle metallofite: un caso studio a Cave del Predil

Il presente studio vuole porre le basi per future ricerche riguardanti l’entomofauna associata alla comunità vegetale metallofita di Cave del Predil, sito metallifero secondario caratterizzato da elevate concentrazioni di piombo (Pb), zinco (Zn), tallio (Tl) e cadmio (Cd). Gli obiettivi erano individuare relazioni tra metallofite ed entomofauna e verificare un possibile assorbimento e/o accumulo di Pb, Cd e Zn negli insetti mediato da questa flora. Sono stati analizzati campioni di suolo, vegetali ed entomologici provenienti da tre aree caratterizzate da diverso grado di contaminazione secondo studi pregressi, denominate Località Sebastiani, Bacini di decantazione e Controllo. Per valutare differenze nella concentrazione di metalli nel suolo e all’interno delle specie vegetali sono stati utilizzati modelli lineari. Per i suoli è stata effettuata anche un Analisi delle Componenti Principali (PCA) per verificare potenziali differenze tra le aree d’indagine. La caratterizzazione del suolo ha evidenziato una differenza di contenuto di metalli in traccia, con valori più elevati in Località Sebastiani e minori nel Controllo. L’analisi dei campioni vegetali di Silene vulgaris, Anthyllis vulneraria, Thymus pulegioides, Sabulina verna e Biscutella laevigata ha mostrato differenze nelle concentrazioni di Pb, Zn e Cd coerenti con le caratteristiche dei tre siti considerati, anche se probabilmente modulate da meccanismi fisiologici specie-specifici di tolleranza e accumulo propri di questa flora. Per l’entomofauna, non è emersa una distinzione significativa nel contenuto totale di metalli in traccia tra i siti di campionamento, non consentendo un confronto tra area contaminata e non contaminata. Ciò è dovuto all’elevata mobilità di alcuni gruppi tassonomici rilevati ed alla distanza tra le aree di indagine, non sufficiente a vincolare gli spostamenti degli individui e a mettere in rilievo eventuali differenze spaziali nei profili di assorbimento di metalli. Le differenze di concentrazione di elementi negli insetti sono state analizzate tramite PCA basata su dieta ed ordine tassonomico. Per valutare le relazioni tra il contenuto di Pb, Zn e Cd nei campioni di suolo, vegetali ed entomologici sono stati prodotti dei grafici di correlazione. L’analisi delle correlazioni tra le diverse matrici (pianta-suolo-insetto) ha evidenziato pattern differenziati per gli ordini indagati (Diptera, Coleoptera, Hemiptera ed Hymenoptera) dovuti al loro rapporto con le matrici indagate, all’ecologia e ad eventuali meccanismi di metallo tolleranza. La PCA suggerisce profili di assorbimento di metalli in traccia differenziati in base al regime alimentare, anche se basandosi sul contenuto totale di metalli in traccia non si può identificare con certezza la via di esposizione. Nel complesso, il trasferimento di metalli in traccia lungo il sistema suolo-metallofita-insetto sembra essere il risultato di una complessa interazione tra contaminazione del suolo, strategie di accumulo delle metallofite e caratteristiche ecologiche e fisiologiche degli insetti.
Dott.ssa Michaela Immacolata Laurito
UNIVERSITÀ DELLA CALABRIA
Corso di Laurea in Ingegneria per l’Ambiente e la Sicurezza del Territorio
Nanofiltrazione di effluenti civili come trattamento avanzato per la rilevazione e rimozione di micro- e nanoplastiche

L’inquinamento da plastica rappresenta una delle principali sfide ambientali del nostro tempo e costituisce un tema di crescente interesse per la comunità scientifica, impegnata a comprendere i meccanismi di dispersione delle particelle plastiche e limitarne gli effetti sulla salute umana e sugli ecosistemi. A seguito dei processi di degradazione cui sono sottoposti nell’ambiente, i rifiuti plastici si frammentano in microplastiche (MP) e nanoplastiche (NP), particelle di dimensioni ridotte che, grazie alla loro elevata mobilità, possono diffondersi nelle diverse matrici ambientali di aree antropizzate e incontaminate del pianeta, oltre ad interagire con numerosi contaminanti e favorirne il trasporto. La loro presenza desta particolare preoccupazione per il possibile accumulo negli organismi viventi, il trasferimento lungo la catena alimentare e i potenziali effetti tossicologici associati sia alle particelle stesse sia agli additivi chimici e ai contaminanti adsorbiti sulla loro superficie. L’uomo risulta pertanto esposto a MP e NP principalmente attraverso l’ingestione di acqua e alimenti contaminati.
Tra le principali fonti di rilascio di particelle plastiche negli ecosistemi acquatici figurano gli impianti di trattamento delle acque reflue. Sebbene i processi depurativi convenzionali consentano di trattenere una quota significativa di microplastiche, gli elevati volumi di effluente trattato determinano un apporto residuo di particelle plastiche ai corpi idrici recettori. In tale contesto si inserisce la Direttiva (UE) 2024/3019, entrata in vigore il 1° gennaio 2025, che introduce il monitoraggio sistematico delle microplastiche nei reflui in ingresso e in uscita dagli impianti di depurazione.
Il presente lavoro di tesi ha valutato l’efficacia della nanofiltrazione (NF) come tecnologia avanzata per migliorare la qualità degli effluenti depurati e, come strumento per concentrare MP e NP presenti in matrici reflue complesse. L’attività sperimentale è stata condotta su sei campioni di acque reflue depurate: tre prelevati all’uscita del trattamento terziario di un impianto municipale a fanghi attivi e tre raccolti all’uscita del sedimentatore secondario di un reattore MBBR in scala pilota. I campioni sono stati successivamente sottoposti a prove di nanofiltrazione mediante un modulo a membrana tubolare in materiale ceramico.
La concentrazione del retentato ha consentito di incrementare la sensibilità delle successive analisi mediante spettroscopia FT-IR e pirolisi accoppiata a gascromatografia-spettrometria di massa (Py-GC/MS), mentre l’analisi del permeato ha permesso di valutare il potenziale della nanofiltrazione come trattamento avanzato per la riduzione del contenuto di microplastiche negli effluenti depurati.
I risultati ottenuti evidenziano come la nanofiltrazione rappresenti una tecnologia promettente sia come trattamento avanzato per il miglioramento della qualità degli effluenti depurati sia come strumento analitico per la concentrazione e il rilevamento di MP e NP.
Dott.ssa Giada Longhi
UNIVERSITÀ CA' FOSCARI
Corso di Laurea Triennale in Lingue, Civiltà e Scienze del Linguaggio
Die CLIL-Methode und Deutsch: Ein neues Arbeitsmodell gegen die Stereotypen einer sogenannten schwierigen Sprache
La tesi di laurea triennale dal titolo "Die CLIL-Methode und Deutsch: Ein neues Arbeitsmodell gegen die Stereotypen einer sogenannten schwierigen Sprache" illustra i benefici dell’applicazione del Metodo CLIL (Content and Language Integrated Learning) durante il processo di acquisizione linguistica del tedesco come lingua straniera (DaF) in differenti contesti di apprendimento. Particolare attenzione è posta sull’implementazione dei fondamenti del Metodo CLIL alla luce delle nuove tecnologie che favoriscono, da un lato, la pianificazione strategica di approcci didattici funzionali all’acquisizione linguistica duratura e, dall’altro, l’aumento della motivazione negli studenti.
L’elaborato è suddiviso in tre capitoli: il primo riassume le caratteristiche della metodologia CLIL e valuta le opportunità di implementazione del metodo con le nuove possibilità offerte dagli approcci TEAL (Technology Enhanced Active Learning) e CALL (Computer Assisted Language Learning) nello sviluppo delle abilità linguistiche. Il secondo capitolo apprezza gli effetti positivi del metodo CLIL sulla motivazione degli studenti prendendo come riferimento casi studio dalla recente letteratura europea. Il terzo capitolo costituisce il cuore concettuale dell’intero lavoro, poiché, alla luce dei criteri stabiliti nelle sezioni precedenti, si procede all’analisi critica di alcuni progetti CLIL attuati in vari contesti di apprendimento italiani e internazionali.
Numerosi sono gli studi proposti che osservano i benefici del CLIL nella scuola dell’obbligo, ma ancora poche sono le rilevazioni in ambito universitario per l’acquisizione del tedesco L2; proprio per tale ragione, il presente lavoro di tesi intende il CLIL come un approccio life-long learning che accompagna l’apprendente nell’arco della sua formazione scolastica, accademica e lavorativa, data la sua natura flessibile e interdisciplinare. Inoltre, nell’ultimo capitolo dell’elaborato si rilevano risultati interessanti per quanto concerne lo sviluppo e il potenziamento dell’abilità di intercomprensione: il caso studio di riferimento è un progetto CLIL focalizzato sulla valorizzazione del Cimbro nel contesto della comunità trentina di Folgaria-Lavarone-Luserna (TN). Oltre a facilitare l’acquisizione linguistica del tedesco come lingua straniera, dunque, il metodo CLIL risulta essere un efficace strumento per la promozione del multilinguismo e, al tempo stesso, per la valorizzazione di una lingua di origine germanica che ancora oggi costituisce parte della ricca varietà interlinguistica del Triveneto.
Pertanto, il progetto di tesi ha perseguito un duplice obiettivo: sottolineare l’importanza di impiegare approcci task-based nella didattica del tedesco come lingua straniera o seconda e, contemporaneamente, comprendere i benefici del metodo CLIL per lo sviluppo dell’intercomprensione e per la valorizzazione della pluralità linguistica delle realtà locali. In questo senso, è possibile affermare che l’applicazione del metodo CLIL nella didattica concorre alla realizzazione di importanti obiettivi in termini di sostenibilità e sviluppo sociale. Il metodo, infatti, si pone in perfetta continuità con l’obiettivo n°4 dell’Agenda 2030 (istruzione di qualità) e, grazie a progetti di docenti volenterosi, riesce a valorizzare la preziosa varietà interlinguistica di numerose comunità italiane ed europee.
Dott. Ahmad Nozar Faqeri
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA
Master's Degree in water and geological risk engineering
Hydrologic-Hydraulic Modelling of the Gogna River at Schio: fixed and mobile bed formulations

Flood events represent one of the major forms of water-related risk, with potentially significant consequences for people, the environment, and activities within exposed areas. Their assessment is particularly important in mountainous and torrential basins, where intense rainfall, rapid runoff, and sediment transport can significantly modify hydraulic conditions during flood events. In this context, a detailed understanding of the processes controlling flood propagation is essential for effective risk prevention and management.
This thesis investigates flood hazard in the Gogna River basin, located in the municipality of Schio, Italy. The basin is characterized by two mountainous sub-catchments that convey runoff towards an alluvial fan within an urbanized area. The study area is currently classified as an Attention Zone within the Flood Risk Management Plan (PGRA), highlighting the need for further investigation to provide a more detailed characterization of flood hazard.
The study integrates hydrologic and hydraulic modelling using HEC-HMS 4.12 and HEC-RAS 6.6. Design flood hydrographs obtained through hydrologic modelling were used as boundary conditions for a two-dimensional hydraulic model. A central aspect of the research is the integration of sediment transport and bed-evolution processes through morphodynamic simulations accounting for erosion and deposition. In addition, partial obstruction scenarios were investigated for three bridge crossings, G3, G4, and G5, following the simplified PGRA approach to assess the effects of reduced flow conveyance during flood events.
The results show that flood behavior within the alluvial fan is strongly influenced by local hydraulic and morphological conditions. In particular, sediment deposition upstream of hydraulic controls contributes to reduced flow conveyance and promotes overflow, while partial bridge obstruction produces a backwater effect, increasing upstream water levels and promoting greater lateral flood spreading. The inclusion of sediment transport further highlights the interaction between flow dynamics and bed evolution, showing how morphodynamic processes can modify the extent and intensity of inundation.
The adopted approach provides a more spatially detailed characterization of flood-prone areas and of the main factors controlling their distribution, generating information that can support land-use planning and the definition of flood risk prevention and mitigation strategies. Within the broader context of integrated water-related risk management, the study highlights the role of hydrologic, hydraulic, and morphodynamic modelling in supporting the protection of people and the environment and in strengthening the resilience of exposed territories.
Dott.ssa Elisa Musso
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA
Laurea Triennale in Scienze Biologiche
Studio dei poriferi associati al corallo rosa del Giappone

Il corallo rosa del Giappone, Pleurocorallium elatius, è una specie di ottocorallo appartenente alla famiglia Coralliidae, distribuita prevalentemente nelle acque profonde dell’Oceano Pacifico nord-occidentale. Le sue colonie costituiscono un substrato per numerosi organismi bentonici, tra cui i poriferi, che possono instaurare differenti forme di associazione con il corallo. Nonostante il crescente interesse per la biodiversità degli ambienti marini profondi, le conoscenze relative alle comunità di spugne associate ai coralli preziosi giapponesi risultano ancora limitate.
Il presente lavoro di tesi si propone di approfondire la conoscenza della diversità tassonomica dei poriferi associati a Pleurocorallium elatius, attraverso l’analisi morfologica e spicolare di esemplari provenienti principalmente dalle acque della Prefettura di Okinawa, con l’obiettivo di identificare le specie presenti, documentare eventuali nuove segnalazioni geografiche e individuare taxa potenzialmente nuovi per la scienza.
Lo studio è stato condotto su 11 campioni di corallo, per un peso complessivo di circa 1,32 kg, raccolti tra il 2004 e il 2009. L’osservazione preliminare allo stereomicroscopio ha permesso di individuare e isolare gli organismi associati alle colonie coralline. Successivamente, i campioni di poriferi sono stati sottoposti a preparazioni microscopiche mediante digestione dei tessuti con acido nitrico, al fine di isolare le spicole silicee. L’identificazione tassonomica è stata effettuata attraverso l’analisi della morfologia, delle dimensioni e dell’ornamentazione degli elementi scheletrici, confrontando i caratteri osservati con le descrizioni presenti nella letteratura scientifica.
Complessivamente sono stati individuati 24 esemplari di poriferi, attribuiti a cinque taxa appartenenti alle classi Demospongiae e Homoscleromorpha: Oceanapia sp. (16 esemplari), Jaspis serpentina (4), Placinolopha sp. (2), Crella (Grayella) sp. (1) e Triptolemma strongylata (1).
Tra i risultati di maggiore interesse emerge il ritrovamento di Triptolemma strongylata, che rappresenta una seconda segnalazione della specie successiva alla sua descrizione originale del 2011. Particolarmente rilevante risulta inoltre la presenza di esemplari attribuiti ai generi Oceanapia, Crella (Grayella) e Placinolopha, le cui caratteristiche spicolari presentano alcune differenze rispetto alle specie attualmente descritte, suggerendo la possibile presenza di taxa non ancora conosciuti. La loro eventuale identificazione come nuove specie richiederà tuttavia ulteriori approfondimenti tassonomici.
I risultati ottenuti contribuiscono ad ampliare le conoscenze sulla biodiversità dei poriferi associati ai coralli profondi giapponesi, evidenziando come Pleurocorallium elatius possa rappresentare un importante substrato per organismi bentonici ancora scarsamente documentati. Lo studio sottolinea inoltre il valore delle indagini tassonomiche negli ambienti marini profondi e la necessità di proseguire le ricerche sulle associazioni biologiche che caratterizzano questi ecosistemi, anche in relazione alla loro conoscenza e conservazione.
Dott.ssa Elisa Megna
UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PALERMO
Laurea Magistrale in Architettura
Centro di Interpretazione Culturale per l’Humedal Santa Rosa
Proposta di Intervento per la Protezione della Zona Umida nella Costa di Chancay

La tutela degli ecosistemi naturali è una delle principali sfide dello sviluppo sostenibile nei territori interessati da urbanizzazione e trasformazioni infrastrutturali. In Perù, le zone umide hanno particolare valore naturalistico e paesaggistico: sono fondamentali per biodiversità, ciclo idrologico, mitigazione climatica e salvaguardia degli habitat, ma sono fragili per pressione antropica e frammentazione.
In questo scenario si colloca l’Humedal Santa Rosa, a Chancay, sulla costa centrale del Perù. La zona umida è habitat per specie vegetali e avifaunistiche e partecipa al sistema della pianura costiera, caratterizzato da pochi corridoi naturali in un territorio arido. Priva di adeguata protezione, è esposta a contaminazione, perdita di habitat e pressione insediativa. La realizzazione del nuovo Megaporto, inaugurato nel 2024, e l’espansione urbana prevista dal Piano di Sviluppo Urbano stanno modificando il rapporto tra città, infrastrutture e paesaggio. È proprio nella relazione, potenzialmente conflittuale, tra lo sviluppo di una grande infrastruttura portuale e la fragilità di un ambiente naturale di valore che si colloca il punto di partenza della ricerca.
Il progetto affronta il rapporto tra sviluppo territoriale e conservazione ambientale, assumendo l’Humedal Santa Rosa come risorsa naturale, paesaggistica e culturale da valorizzare. L’obiettivo è una fruizione sostenibile attraverso conoscenza, educazione, osservazione e gestione controllata degli accessi. La valorizzazione non coincide con maggiore antropizzazione, ma con fruizione compatibile con la conservazione.
Al margine tra città e humedal, il progetto propone uno spazio pubblico come soglia e accesso al sistema naturale. Il fulcro è il Centro di Interpretazione Culturale, strumento di conoscenza e sensibilizzazione: il percorso espositivo introduce alla storia di Chancay, approfondisce il valore dell’ecosistema e le conseguenze delle trasformazioni, presentando prospettive di tutela. Il Centro non è un semplice edificio per visitatori, ma un dispositivo territoriale per rendere riconoscibile il patrimonio naturale e favorirne la protezione.
Dal Centro si sviluppa una rete di passerelle lignee sopraelevate che limita il contatto con il terreno e l’interferenza con gli habitat, concentrando la fruizione lungo percorsi definiti. Al termine, un osservatorio in legno come piattaforma galleggiante segue le variazioni stagionali della laguna che, guidato da elementi verticali, si adatta al mutamento dell’acqua e consente di osservare vegetazione e avifauna senza avvicinarsi agli habitat.
La strategia prosegue nelle scelte architettoniche e costruttive, orientate alla riduzione dell’impatto ambientale. Il progetto reinterpreta principi della tradizione costruttiva della costa peruviana: blocchi di terra compressa, isolamento in fibra di paglia e involucro ventilato contribuiscono al controllo dell’umidità e del surriscaldamento; struttura in acciaio zincato e pali metallici rispondono al terreno. Ventilazione naturale, camino solare, orientamento e schermatura riducono il ricorso ai sistemi meccanici.
La conservazione è assunta come componente di una diversa valorizzazione territoriale. La sequenza città–Centro–passerelle–osservatorio costruisce un rapporto tra comunità ed ecosistema, nel quale conoscere precede il fruire e la fruizione educa e responsabilizza. Il progetto restituisce centralità all’Humedal Santa Rosa, dove biodiversità, gestione sostenibile, conoscenza, identità locale e spazio pubblico concorrono a un equilibrio tra sviluppo e ambiente. L’architettura diventa così strumento di tutela e valorizzazione, capace di rendere visibili i valori dell’ecosistema e orientarne la fruizione nel tempo.
Dott.ssa Ana Clara Gobbes Faria
UNIVERSITÀ DI PADOVA
Master's Degree in Climate Change and Diversity: Sustainable Territorial Development
Linguistic and Cultural Heritage, Territory, and Sustainability: The Impacts of Climate Change on the Preservation of Wine with Geographical Indication in the Region of Veneto (Italy) and in Rio Grande do Sul (Brazil) as a Result of Emigration

Il cambiamento climatico sta incidendo su una delle tradizioni più antiche della storia dell'umanità: la viticoltura. Pertanto, quando si valutano gli effetti del riscaldamento globale su questo settore, è necessario considerare l'intero patrimonio culturale ad esso connesso. Il patrimonio vinicolo crea un legame tra due territori, l'Italia e il Brasile, a causa della grande emigrazione italiana tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo. Nelle Americhe, il Brasile fu la terza destinazione principale per gli italiani in quel periodo. Uno degli stati brasiliani che accolse tali emigranti fu il Rio Grande do Sul, dove oltre la metà degli immigrati italiani proveniva dal Veneto. Essi fondarono le proprie colonie in un'area interna dello stato, successivamente denominata "Serra Gaúcha", portando con sé numerose tradizioni della terra d'origine, tra cui la viticoltura. L'immigrazione italiana in Brasile ha dunque svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo della viticoltura del paese.
Tuttavia, secondo l'Organizzazione Internazionale della Vigna e del Vino, le variazioni climatiche rappresentano oggi il fattore determinante per la produzione vinicola mondiale. La ricerca scientifica ha già individuato gli effetti del cambiamento climatico sulla composizione e sulla qualità del vino; inoltre, i vini a indicazione geografica – la cui produzione è legata a uno specifico territorio – risultano ancora più vulnerabili proprio a causa dei vincoli geografici che li caratterizzano.
Questa tesi di laurea, scritta in inglese, si propone di comprendere l'intersezione tra patrimonio linguistico e culturale, territorio e sostenibilità nel contesto degli impatti dei cambiamenti climatici sulla preservazione del vino, in particolare dei vini a indicazione geografica (IG), in due territori: la regione del Veneto, in Italia, e lo stato del Rio Grande do Sul, in Brasile, come conseguenza dell’emigrazione. Questo studio comparativo si basa su una revisione della letteratura, interviste qualitative condotte con produttori locali di entrambi i territori, visite sul campo e analisi del contenuto. Lo studio individua le variazioni nella produzione vinicola e nel patrimonio culturale e linguistico ad essa associato in queste due aree geografiche, esplorando possibili connessioni tra questi aspetti e gli effetti dei cambiamenti climatici. Successivamente, analizza in che modo il riscaldamento globale possa influenzare il patrimonio vinicolo in Veneto e nel Rio Grande do Sul, in particolare nella regione della “Serra Gaúcha”, che mantiene legami storici e culturali con l'immigrazione italiana. Infine, la tesi riflette sull'importanza di preservare la produzione di vino a indicazione geografica in entrambi i territori, evidenziando possibili strategie per tutelare l'inestimabile patrimonio plasmato dalla viticoltura e dalle persone che lo tramandano di generazione in generazione.




